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BONNIE PRINCE BILLY

Ed ecco arriva l'alba, so che è qui per me...

BONNIE PRINCE BILLY, The Letting Go. Drag City 2006    

Supporti > Ti ricordi di quel prato, coperto da un bianco manto che ancora continuava a diventar soffice accogliendo su di sé nuovi fiocchi, dove ti avevo portato a giocare a palle di neve? Il senso del pomeriggio era stato divertirsi come bambini e poi tornare nella nostra baita, accendere il camino e starsene sdraiati sul divano a guardare i lapilli davanti a noi e la neve continuare a scendere, facendoci scivolare addosso ogni tanto qualche bacio e qualche coccola. “Love Comes To Me” sarebbe stata perfetta, come colonna sonora di quel momento, con quella voce che si ritrova Will Oldham, morbida e indecisa come la mia mano di quel giorno, i controcanti fatti di dolcezza di Dawn McCarthy, quella lì che sembra una Cat Power meno uggiosa, e i tamburi accarezzati da Jim White.

Perché la dolcezza è la cifra di questo disco. Pacata e soffusa, come se appunto quel manto di neve di cui si diceva fosse stato pensato apposta per placare bollenti spiriti e lasciare spazio solo a quiete. Non al tedio domenicale, attenzione, ma la quiete di chi sta a guardare la bellezza, e intanto in sottofondo passa “Strange Form Of Life” e vuoi star lì solo a far compagnia a “Wai”, che sussurra mentre contempli un paesaggio simile a quello della copertina di questo The Letting Go. Oppure a parlar della meraviglia dell’alba, anche se ti ha maledetto il sonno (“Cursed Sleep”, una delle poche parentesi loud -si fa per dire- del disco, che si sviluppa quasi come le melodie westcoast di Crosby, Stills & Nash).

Epperò lo sai (lo sai, vero?) che la dolcezza non è solo il miele, ma anche la malinconia di passati possibili, che non ti starò a riferire a mo’ di cattive nuove (“No Bad News”), anche se un po’ li fanno venire, i formicolii al cuore. E allora dai, giochiamoci su e scacciamo pensieri scuri, io metto la brillantina che usava George Clooney in “Fratello Dove Sei” e gioco a fare il gambler impunito (“Cold And Wet”) facendo finta che da parte a me ci sia il fantasma di Sonny Boy Williamson. Così che facciamo calmare il tempo e poi tu ti addormenti intanto che ti cullo sulle note-prendisogni di “Big Friday”. Non hai sonno? Allora lascia che ti culli ancora un po’ con “Lay And Love” e la sua chitarrina dondolante a far cin-cin con quei beat che non capisci mica se son suonati oppure campionati. Ora vai, che io rimango qui ancora un attimo a scacciare da solo i draghi nel cervello, lasciandoli cantare (“The Seedling”, maligna e luminosa come se i Bad Seeds avessero incrociato l’allucinazione di Layne Staley a un crocicchio della zona universitaria di Seattle, con in più archi d’enfasi e melodrammatici cori di epos) finché non rompono la voce. La mattina poi arriverà, fatale e inattesa, e noi saremo là a celebrarla lasciando che tutto sia come deve essere (“The Letting Go”, con le sue voci di bruma e il sapore di highlands). Là sospesi, come in attesa di un non, che dovesse giungere provvido e ricco di regali, come se fosse una piccola canzone di Dio (“God’s Small Song”) suonata accompagnandosi con una sega musicale. Ché poi tanto lo so che te ne andrai, oppure io me ne andrò, perché è così che succede, nonostante io ti chiami indietro e sorridendo non possa che farlo anche questo con dolcezza, con la dolcezza delle cose che si sanno ineluttabili, e allora anche quelle le osanni cantando (“I Called You Back”), con la dovuta, sacrosanta epica gloria. E i titoli di coda poi, quelli son già pronti, e dopo un po’ arriveranno, nascosti e non per tutti, come la ghost track che chiude l’ennesimo, splendido, e da custodire, disco di Will Oldham, Bonnie Prince Billy.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-11-14


BONNIE PRINCE BILLY The Letting Go
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