RONIN

Musica per giovani Samurai

RONIN, Lemming. Ghost Records 2006    

Supporti > I lemming, a modo loro, sono dei Ronin. Già, perché questi simpatici animaletti, a un certo punto della loro vita, quasi sentendo una voce, si mettono in marcia e compiono una sorta di suicidio-rito collettivo, gettandosi in mare tutti assieme. Invece i Ronin sono i samurai reietti e lasciati senza padrone, a causa di azioni infamanti di cui si sono macchiati, e che perciò vagano di terra in terra, in attesa del seppuku, il suicidio rituale che ogni samurai che si rispetti deve compiere, come seguendo un’immaginaria strada che lì li porti, lungo la loro vita. Chissà se questo è il motivo del titolo del disco dei Ronin. Curiosità, che poco importa, forse. Certo, però, che la musica di QUESTI Ronin sicuramente è sì da samurai, ma davvero non da samurai rinnegati.


Campo lungo, piano americano. Crepuscolo ad allungare ombre. L’eroe che si allontana, momentaneamente battuto. Eppure tutti sappiamo che il tempo giocherà a suo favore. Semplicemente, questo è il momento in cui andare da soli, ché il Mare ha avuto la meglio sul Vecchio, e allora così sia, andare, a passo strascicato come la batteria spazzolata che cadenza l’indolente nenia della chitarra, fino a spegnersi sui tenebrosi “mmmh” che fanno da coda a “I Pescatori Non Sono Tornati”, l’ouverture del disco.


Parte con un filo di perla di malinconia, la nuova fatica della band di Bruno Dorella e dei suoi scudieri Chet Martino, Marco Anicio e Enzo Rotondaro, ma quella bella, di malinconia, quella che culla, e non intristisce per davvero. Infatti, non ci pensiamo, e corriamo a danzare: in paese ci sarà pure “La Banda”, pronta a smuovere guappi e vajasse di sera, nella piazza illuminata da lampadine appese a un filo. All’inizio sa di anni ’60 italici, il pezzo, e qualcosa mi fa pensare che Capossela farebbe carte false per averli come backing band, poi però rallenta, e piroetta su spazi western. Su quegli stessi spazi, ma di notte, tuttalpiù al chiaro di un falò, veleggia anche “Mantra Infernale”. Ed è vero che ti ipnotizza, suadendo con la fantasmatica sega oscillata da Luca Galoppini, ma è un inferno che non spaventa troppo. Se li conoscesse, Wim Wenders li sceglierebbe per rigirare “Paris, Texas”. Perché i Ronin a me raccontano di lande ampie, dilatate, quelle in cui ti ci perdi piccolo piccolo ma poi ti (ri)trovi.


Poi che succede? Basso tuba, chitarra che più popolare non si può e ancora la sega, per il canto anarchico “Il Galeone”, cantato da Amy Denio, ed è delizioso l’effetto straniante tra la sua pronuncia straniera e il testo, in un italiano arcaico e nobile: tutto bellissimo e struggente. Ma via, via di rumba verso “Portland”: ok, ditelo pure che l’associazione da fare ai Ronin sarebbe con i Calexico. Certo, ci sta. Ma sono i Calexico che furbetti han preso (ben facendo, sia chiaro) da quell’Italia che inventava la sua America su misura, e da Morricone. I Ronin hanno anche più titolo, allora, per Dio, nel fare questa musica. Mi tacciate di blasfemia però se dico che più che alla Calexico, questo pezzo suona quasi alla maniera dei tangacci dell’Adriano Celentano?


“You Need It, Then It Comes”. Bruno da solo, sogghigno e una manciata di strumenti. Sempre calligrafia cinefila, sì, ma quella più inquietante di un Badalamenti. Mentre “L’Etiope” (ispirato appunto alla tradizione musicale di quella terra, come spiega Dorella durante il concerto al Magnolia) avvolge e ci rapisce anch’esso quasi fosse un mantra, più dinamico però, con la scrittura intrecciata e l’inusuale fagotto. E se “Mar Morto” è un’altra esplorazione di quelle dilatazioni spaziali e umane (il Wenders di “Fino Alla Fine Del Mondo”, per continuare con il parallelo) che, saranno le chitarre, saranno le ritmiche della batteria, mi stuzzicherebbe sentire arricchito da un recitato di Emidio Clementi, tocca alla title track congedarci. Anche qui minimale, il tutto, anche qui un che di Massimo Volume (quelli di Da Qui, o Club Privé), il sapore delle strade cittadine quando piove. Il sapore di beautiful losers e falchi della notte, che ribadisce quella sospesa malinconia, quel nonsoché di Carver epperò europeo, quella cifra di spazi spogli e poco abituati allo sguardo che permea gran parte del disco, eccezion fatta per i due “ballabili”, e che fatalmente ammalia. Davvero.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-11-20


RONIN Lemming
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