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CHARLOTTE GAINSBOURG

Où sont tes heureux?

CHARLOTTE GAINSBOURG, 5.55. Because Music 2006    

Supporti > Problema. Sei la figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, fai l’attricefrancese di film engagé, tuo padre ti scrive un disco-scandalo quando hai tredici anni. Poi cresci, e ti torna la voglia di cantare; oltretutto usi la voce proprio come tua madre, anche se appena in modo meno vizioso: sì, perché se miss Birkin è un brivido di lussuria in ogni sillaba che emette, tu sei il suo lato più intimo e da coccole romantiche. Che cosa fai?

Soluzione. Ma ovvio: dici agli Air e a Neil Hannon dei Divine Comedy di scriverti un po’ di pezzi, poi convochi Jarvis Cocker e gli spieghi che hai bisogno di qualcuno che ti aggiusti i testi, ché tu con l’inglese sei un po’ comme-ci comme-Ça, (ah, e se ci scappa che hai qualche canzone pronta per me non mi spiace affatto, eh!), convochi il papà di Beck a dirigere l'orchestra, e spieghi a tutti questi signori che hai in testa un pugno di idee per un disco notturno, vellutato e seducente, ma anche piacevolmente fintofrivolo come solo una ragazza francese può fare. Può allora venir fuori un disco di schifezze, con queste premesse? Direi proprio di no. E infatti così davvero non accade.

Ché certo, questo 5.55 non cambierà le magnifiche sorti e progressive della musica mondiale, e ok, Charlotte non è la più brava cantante del mondo, anche se quel suo essere a un tempo lontana e calda è efficacissimo; infine, sicuro, pare di sentire il nuovo disco degli Air (mais pourquoi pas?), ché i suoni sono proprio quelli lì, quelli di Moon Safari, solo un po’ meno affezionati agli anni ’60 e più calati in un ché di anni ’80 (seh, ma non pensate a synth tamarri e rullanti col riverbero!), come ad esempio avviene nella losca “The Operation”. Però accidenti, proprio come con Moon Safari, nemmeno sai perché e questo disco in cui senti le batterie finte, i piano ruffiani, i miagolii sussurrati della protagonista e le grandi orchestre, questo disco che è puro, limpidissimo e scintillante pop, alla fine ti cattura e non ti molla più. Sarà che gli autori sono tutti gente che una bella canzone la sa sempre scrivere, sarà l’atmosfera generale, quella molle indolenza malinconica e monotòno tutta transalpina e femminile che acchiappa anche (o forse proprio perché) se in un inglese non oxfordiano nella pronuncia. Ma insomma, queste sono proprio belle canzoni, e questo è proprio un bel disco. Pienamente nella tradizione delle cantanti d’oltralpe (quello che vorrebbe essere Isobel Campbell, quello che ha fatto Carla Bruni, chissà, magari quello che piacerebbe a Violante Placido): niente di originale e sorprendente, ma tutto prezioso.

Quali le cose che risplendono di più? Il singolo “The Song That We Sing” è, semplicemente, una canzone splendida, epica e raffinata insieme, una melodia fuori dal tempo e già classica, perfetta per un film di Godard. Poi c’è “Tal Que Tu Es”: pathos alla Divine Comedy più artigianeria nell’orchestrazione degli Air (gli archi cinematografici, i campanelli e il vibrafono). I sussurri degni di cotanta madre di “af607105” (il cui ritornello è puro copyright Air). Il mid tempo della title-track, e il miele di “Beauty Mark”. Le ritmiche sintetizzate di “Little Monsters”, dove è il piano a tessere trame per i tenui svolazzi della voce. Un basso sexy e felpato introduce “Jamais”, che poi in un arioso ritornello distende la piacevole accidia della strofa. “Nighttime Intermission” è due minuti di batteria spezzata e nervosa a braccetto con un riff di piano cui rispondono incombenti archi, e su cui Charlotte sibila e ride civettuola, indifferente alla musica. Ciò che segue poi è nientemeno che il piano impazzito usato da Bowie in “Aladdin Sane” (qualcosa più che una citazione, qui) che poi esagera nel melodramma e si libra in una scala acciaccata, consona all’interpretazione vocale della Nostra: “Everything I Cannot See”. E quando “Morning Song” parte e vorresti essere il fantasma della canzone (“I close my eyes to see/I’ve touched you once again/You spent your night with me”), intorpidito dalla carezza vellutata del brano, la sorpresa: un minuto di silenzio e una ghost-track quasi funky-dance in cui il groove del basso sposa il tricchetrac, e ballabile in un night club decadente.
Tutto deliziosamente, e soavemente, inutile. E perciò necessario.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-12-05

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