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PAOLO SAPORITI - DON QUIBOL

Se son rose...

PAOLO SAPORITI - DON QUIBOL, The Restless Fall // Don Quibòl. Canebagnato    

Supporti > Raramente mi fido delle impressioni a caldo, tendo maggiormente a lasciare che sia il tempo a dare le sue risposte ed a definire quei sussulti improvvisi nei quali ogni tanto capita di inciampare. Assorbire un’emozione e lasciare che si diffonda se può e se vuole. Spesso questa scelta finisce per smentire l’impatto iniziale, e la lucidità di un sangue più freddo porta a riconsiderare un’istintiva reazione e ribattezzarla come illusione. A volte invece no.


L'impatto con la musica di Paolo Saporiti è stato forte, a partire dal momento in cui ho aperto il pacco che Nicola Manfredi (titolare della neonata Canebagnato) mi ha inviato. Un'eccellente confezione cartonata, ed una copertina raffigurante un'immagine notturna ed invernale su un abbagliante sfondo bianco. Subito un invito a maneggiare con cura ed attenzione particolare, un dettaglio al quale spesso si presta poca attenzione, ma che fa la sua parte,


Ma soprattutto a colpirmi è stato il primo ascolto, pronti via e subito la stanza si riempie in ogni fessura dei riverberi armonici provenienti da una chitarra acustica che si materializzano pian piano, e inesorabili come una nebbia, salgono, sorprendono ed immobilizzano. E di seguito la voce di Saporiti, morbida e calda a disegnare una propria geografia sradicata dai dintorni fisici, un altrove necessario cercato e subito imposto con la delicatezza di un abbraccio.


Così fin dal primo minuto abbiamo conosciuto i nostri compagni di viaggio, vibrazioni che possono bastare a se stesse, vestite di raffinatezza come un paesaggio rurale nel giorno di festa. Il binomio chitarra-voce negli ultimi anni si è ostinato ad inseguire l'icona del "loser" con acconciature sfatte e bassa fedeltà ovunque fosse possibile. Nonostante nemmeno qui i toni siano quelli di una celebrazione di gioia, si cerca però di dare alla malattia una dignità in abito da sera. Non di un menestrello, non un maudit, ma caso mai di un cantore che traspare attraverso una patina decisamente onirica. Siamo più dalle parti di Solid Air che di Pink Moon, per intenderci.


Un timbro di chitarra così denso che non sentivo da parecchio tempo, ed una non trascurabile cura artigianale nell'esecuzione portano senz'altro la qualità del lavoro al di sopra della media. E anche se resta più valida una visione d'insieme, non mancano alcuni spunti melodici che spiccano, come i ritornelli di Seen My Child e Raw Man, particolarmente incisivi, o il pigro incedere di Though It's Only Water, forse il brano che ho preferito, così sfuggente ed apparentemente interlocutorio, insieme all'iniziale Troublelike.


Sono canzoni che evocano riflessione e voglia d'appartarsi, supportate da liriche che calzano a pennello, anche se forse sono il lato un pò debole dell'opera, appartenenti ad un immaginario statico e contemplativo, a volte suggerite da un'introspezione un pò manieristica, altre volte in forma di confronto fra due parti di uno stesso volto che si riflette in se stesso, evidenziato da un gioco proposto spesso e volentieri di botta e risposta nel vetro di uno specchio. Non sono testi memorabili, e forse è l'aspetto su cui concentrare più attenzione in futuro, considerato che la qualità e il talento nella musica ci sono, credo sia proprio un'identità poetica a fare la differenza tra un buon interprete ed un grande songwriter.


Nel complesso resta un ottimo esordio, sia per Paolo Saporiti sia per la Canebagnato che proprio con quest’opera inaugura la propria attività.


Paolo Saporiti suona e canta anche con i Don Quibòl, che pubblicano a loro volta in questi giorni il loro primo disco per la medesima etichetta. Insieme a lui ci sono Christian Alati (strumenti a corde), che ha dato il suo contributo anche nella realizzazione di Restless Fall, e Lucio Sagone alle percussioni. Per entrambi un curriculum di tutto rispetto e collaborazioni a trecentosessanta gradi, da Giuseppe Ielasi a Franklin Delano, da Gatto Ciliegia a Damo Suzuki tanto per citarne alcuni.


Siamo in ambito decisamente rock, chitarrasporca-basso-batteria nella più ruvida delle accezioni, la musica guarda spesso e molto volentieri alla psichedelia, nelle sonorità, nelle dilatazioni, nell’impeto. Vuole essere istintiva e sa esserlo, e forse a volte si svela crogiolandosi un po’ in questa consapevolezza.


Nella forma, la struttura delle canzoni ruota attorno alla voce di Saporiti, forte e sempre molto presente, manifestando la sua duplicità, qui per nulla intimidito anzi esaltato dalla temperatura in continua ascesa. C’è una notevole omogeneità di fondo che lega tutte le composizioni e fa di questo disco un disco, un’identità precisa e mai in discussione. La scrittura è brillante, soprattutto nella seconda parte, in cui sembra prendere maggiore confidenza e trova soluzioni più originali (“We All Wait In The Fire”, I Threw’em All Off”), gli arrangiamenti sono ricchi di spunti che testimoniano la grande esperienza accumulata.


L’ascolto mi rimanda ai Thin White Rope (si sentano gli arpeggi stoppati e dissonanti in “God”…), ai Mad Season, evocati soprattutto nei momenti più lisergici ed in alcuni sdoppiamenti della voce che poi in altri momenti chiama in causa anche i Sixteen Horsepower, tutti gruppi che hanno splendidamente sintetizzato in musica sfoghi biechi e stralunati, ombre inquietanti e pessimi presagi. Ai Don Quibòl il merito di rievocare degnamente quel mondo sfregiato.


Certo è inopportuno e inutile fare grossolani accostamenti, è una storia ancora tutta da scrivere, ed in parte direi anche coraggioso scriverla in un momento in cui l’attenzione pare altrove, ma intanto la storia la si scriva, con questa passione e questi sforzi che meritano più di un incoraggiamento.


di: alberto carozzi

Articolo inserito il: 2006-12-21


PAOLO SAPORITI - DON QUIBOL