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I LOVE YOU BUT I'VE CHOSEN DARKNESS

Psicodramma oppure psicoreato?

I LOVE YOU BUT I'VE CHOSEN DARKNESS, Fear Is On Our Side. Secretly Canadian 2006    

Supporti > Ogni tanto è giusto confessare i propri pregiudizi. Tanto più quando questi sono in chiave positiva: ecco dunque che un gruppo che sceglie un nome tanto evocativo e suggestivo (e poco importa se i trinariciuti dell’ultim’ora lo bolleranno con l’infamante accusa di paraculaggine!), per quanto mi riguarda, potrebbe anche suonare il più già sentito dei mefitici skacore da centrosociale in rovina, o il più plasticoso dei rock italiani che al confronto l’ultimo Piero Pelù è Nick Drake, che comunque riscuoterebbe tutte le mie simpatie e difese a spada tratta. Più che il nome di una band, un manifesto programmatico e una dichiarazione di poetica, la ragione sociale scelta da questo quartetto yankee dedito a un rock intriso di melancolie prese di peso (ma con rielaborazione, non pedissequamente) da formazioni di oltremanica dell’ormai fin troppo sviscerato dorato decennio degli ‘80s. Ma attenzione: non si pensi al solito gruppetto trendy-modaiolo-fighetto esperto più di acconciature e trendsetting che della scuraggine e della linfa creativa che quell’era, sotto uno sciame di lustrini e spalline imbottite, in verità nemmeno troppo segretamente proponeva.

Perché qui non siamo alle prese con l’ennesimo combo succedaneo di Interpol o Editors o Franz Ferdinand. Tutt’altro. Qui c’è piuttosto la complessa, uniforme, oscurità dei primi Cure (Pornography è la cifra stilistica che mi viene più immediato citare), però suonata con un’indole epica e decisamente rock quale la sfoggiavano gli U2 prima di diventare gli autoproclamati salvatori del mondo. Perché Fear Is On Our Side abbonda di chitarre dai riff scolpiti nella dolce e perentoria tristite del riverbero, ma anche di bassi anthemici e batterie spavalde, su cui la voce si amalgama indolente, senza mai strafare ma rimanendo perversamente in memoria con le sue uggiose melodie. Basterebbe l’uno-due iniziale per convincere anche i più scettici: “The Ghost” (“I think about how I miss you”) e “According To Plan” sono semplicemente due delle più belle canzoni dell’anno appena conclusosi. E se “Lights” tiene alta l’attenzione ingenerata dalle prime due bombe, ecco la chicca di “The Owl”: dueminutietrenta con un gemito di chitarra timido e apocalittico, sferzato da un rullante gonfio e sintetico e da un vento di droni postnucleari. Brian Eno incontra Robert Smith durante le session di Faith. Nessun canto, perché silente è la voce degli alberi spogli. E dopo la cupezza, ecco la calma gelida di “Today”, che introduce “We Choose Faces”, con quei suoi “on your own” reiterati di rassegnazione. Ci starebbero come colonna sonora di un viaggio in treno pomeridiano, a marzo e nella pioggia, da Londra a Dover.

Gli I Love You… non scherzano, e continuano ad ammaestrare suoni e atmosfere carichi di tensione e spleen lungo tutto il resto del disco – e sarebbe materiale da dibattito, il chiedersi come mai al giorno d’oggi spesso siano gruppi americani, a tentare di padroneggiare l’abc di una musica così profondamente inglese quale è stata il post punk: peraltro pochi riuscendoci in maniera efficace, visto che solo Interpol, Rapture e a tratti i Killers (con i quali gli I Love You… condividono la meno probabile delle provenienze geografiche: di Las Vegas quelli, addirittura texani questi) probabilmente sono, insieme ai protagonisti di queste righe, gli esempi più riusciti - e se nello specifico le singole canzoni prese di per sé magari non reggono i picchi davvero alti toccati nella prima parte del ciddì (ma un’eccezione va riservata almeno alla bellissima “At Last Is All”, questa sì con delle chitarre che The Edge potrebbe rivendicare come sue, e a “If It Was Me”, la versione dark del Far West) però non si rischia mai un briciolo di noia e l’album scorre via d’un fiato, spingendo forte sul pedale dell’emozione e della forte nota evocativa che suoni e atmosfere convogliano in chi ascolta.

Nostalgia, rassegnazione, sguardo lucido di chi ha in serbo troppe poche lacrime per poterne sprecare ancora. E sì, perduto e insopprimibile romanticismo. Ancora una volta il buio è molto, molto più bello della luce.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-01-03


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