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ALBARN, SIMONON, ALLEN, TONG

Tutti per uno, uno per tutti.

ALBARN, SIMONON, ALLEN, TONG, The Good, The Bad And The Queen. EMI 2007    

Supporti > Una formazione di questo tipo per qualcuno potrebbe risultare mitica quanto, chessò, una tipo “Zoff, Gentile, Cabrini”, eccetera. Certo che con un parterre de roi così (ricordiamolo una volta per tutte: Albarn fantasista/regista di Blur e Gorillaz, Simonon libero alla Beckenbauer di Clash e Havana 3 a.m., Allen terzino fluidificante con Fela Kuti, Tong mezzapunta nei Verve, con in panca mister DangerMouse, socio dei Gnarls Barkley) le aspettative non possono che essere elevate, di pari passo con le possibilità di una sovreccitata lode del disco e/o di una esagerata messa all’indice quale possibile flop dell’anno già a gennaio. In questo caso credo invece che si possa dire che, lungi dall’essere un disco che cambierà le sorti della musica, tuttavia questo The Good, The Bad And The Queen sia un buon disco davvero, specie per uno che tra questi quattro moschettieri ha simpatia vera solo per colui che immortala la più bella copertina di un disco degli ultimi trent’anni (London Calling), ovvero Paul Simonon. E cui, per giunta, va molto in fretta a noia la cantata cantilenante e indolente che specie negli ultimi anni l’ex divo britpop Damon Albarn ha preso a utilizzare come propria cifra stilistica.

Ora, non trascinatemi nello stantio giochino del vaticinare se questo disco sarà segnale delle nuove (eventuali) strade dei Blur, dei Gorillaz o di chissà che, o se viceversa si tratti di un semplice divertissement cazzeggiato tra amici. Perché invece il lavoro, in un suo modo un po’ obliquo, ha il suo perché in sé e per sé, e a poco a poco avvince e ammalia, a partire dall’ouverture di “History Song”, tutta retta da un semplicissimo giro di chitarra acustica, su cui si inerpicano un organetto circense prima, e un’accennata percussione poi, e che la voce del Damon, accidiosa fin da subito, però ben connota. Ok, con “80’s Life” tremo un po’, perché è banalotta (oltre che ben poco eighties) e, collocata in seconda posizione, suscita perplessità, però le cose si sistemano subito con “Northern Whale”: piano percussivo stile ‘60s, basso sintetico, e un ritornello acchiappone che cita la “As Tears Go By” della premiata ditta Jagger/Richards, annegandola in un’eco di coretti che dilava in un finale psichedelico che ci sta proprio bene. La sensazione di canzoni-giocattolo, queste sì un po’ alla maniera dei Gorillaz (ma gli ultimi, quelli vagamente più seriosi), però con un filo di malinconia in più pervade tutti i pezzi, e mi fa venire in mente uno strano connubio tra i brani pop che i Pink Floyd usavano per spezzare lunghe suite come “Atom Heart Mother” (anche come sonorità: riverberi come se piovesse, pedali fuzz e altre chincaglierie), e una specie di Manu Chao che provi a giocare con il piccì portatile e i suoni di carabattola. Questa pare forse la nota più marcatamente Albarniana di tutto il progetto, ma bisogna dire che il migliore in campo è il taciturno Tong, con il suo pregevole lavoro di chitarra. Così se “Kingdom Of Doom” è prettamente english, “Herculean”, con il suo andamento Air-eggiante, prova a inserire qualche beat a far compagnia alla batteria schizoide di Allen. Canzoni dal grande respiro, nonostante il suono sia “piccolo” e non pompato o tirato fuori loud: come nel carillon di “The Bunting Song”, dilatato dal riverbero della chitarra a scontornare una melodia barrettiana. Canzoni che sarebbero morriconiane (e il nome del disco in qualche modo lo testimonia), nella scrittura, se non fossero suonate da un ensemble da camera piuttosto che da una filarmonica. C’è spazio anche per la dolcezza: “A Soldier’s Tale”, con il suo fischio e il pianoforte, prima che ancora note da circo introducano “Three Changes”, forse il pezzo più fascinoso del lotto, con quella chitarra tremolante accompagnata da una batteria free-jazz e isterica che sfila in una coda che è una specie di reggae storto con tanto di flauto. E se “Green Field” è ancora una marcetta sghemba molto piacevole e surreale, nella titletrack si sfoga la vena più punkettona della band, per un pezzaccio ruvido e scacione (non ingannino l’intro di piano e i primi 2’20’’), che però non stona affatto con le precedenti canzoni.

Insomma, lo squadrone gioca bene e vince, e anche se non domina fa capire che non scherza affatto.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-01-23


ALBARN, SIMONON, ALLEN, TONG