LOW

Manifesto della musica astratta

Drums And Guns, LOW. Sub Pop 2007    

Supporti > Ieratico, con la voce che scandisce solenne “Oh, you pretty people, you all gotta die”, mentre un tamburo sciamanico batte colpi in lontananza, e un ronzio inquieto cicaleccia con la voce. Inizio più esoterico non potrebbe averlo, il nuovo disco dei Low, che fa capire fin da subito che la strada intrapresa dal trio americano è lontana dalle praterie neilyounghiane che avevano contraddistinto le prime produzioni della band, ma anche dai fragori e dal suono rotondo del predecessore di questo Drums And Guns, ovvero The Great Destroyer.

Qua in effetti la ricerca sonora sembra essersi spinta da un lato ad assorbire certe istanze quasi black/soul, allo stesso modo in cui le interpreta Greg Dulli con i suoi Twilight Singers, e cioè facendo infettare le lente, corali melodie vocali marchio di fabbrica dei Low con beat artificiali e non, handclaps, filtri vari (si ascolti “Breaker”, emblematica in tal senso) e più in generale con un accento maggiore sul lato percussivo (con le percussioni enfatiche che usano ad esempio anche i Liars) e di ritmica (le drums del didascalico titolo scelto dalla band, laddove le guns sono quelle usate dai murderers citati nelle canzoni), e dall’altro invece in un’accentuazione della componente magmatica, in cui l’impasto delle voci si posa su un tappeto scarno e dilatato di suoni, come in “Belarus” o “Dragonfly”, creando nei migliori momenti un pathos decisamente affascinante, come in “In Silence” e in “Take Your Time”, con quel piano fantasmatico a contraltare le voci di Mimi Parker e Alan Sparhawk, o ancora nella conclusiva “Violent Past”, con quel rullante elettronico che sembra sbucare da un disco dei This Mortal Coil.

Va detto però che le parti se non più riuscite, senz’altro più accattivanti del disco sono però quelle che esplorano il primo aspetto, quello più groovy e pulsante: “Always Fade”, a tal proposito, è forse il brano più bello: come detto, tamburi in prima fila, suonati e/o campionati, e saturati al mixer, a fare da trama per le solenni litanie delle due voci, queste sì trait d’union, insieme ai testi, sempre particolarmente focalizzati sul tema della morte, nel modo di cantare, con le atmosfere più usuali della band.

Ma bisogna dire che il risultato di questo connubio tra le due anime esplorate nel disco, comunica un indefinibile senso di astrattezza, maggiore che nei dischi precedenti del gruppo, che certo non rinnega le proprie radici slowcore, ma le aggiorna, introducendo bleeps che sembrano risentire dell’influenza di gruppi elettronici di casa Warp. Il che porta a momenti fulgidi e addirittura venati di una leggerezza che in casa Low pochi avrebbero sospettato (“Hatchet”, con il suo testo stupidino), ma qua e là fa spuntare da dietro le siepi il fantasma di qualcosa che si potrebbe anche definire senza tema di smentita noia, soprattutto nella seconda metà dell’opera: sentimento non totalmente fugato dalla relativa brevità di ogni singola canzone, e che anzi è forse evidenziato proprio dal contrasto tra la base “contemporanea” di cui ogni brano è agghindato, e la linea vocale, davvero ancestrale in qualche caso, come suggestione.

Ma d’altra parte questo è anche un elemento che in qualche modo affascina, e che fa sì che questo disco sfuggente e poco afferrabile, almeno sul breve periodo, sia in realtà interessante e comunque meritevole di più di un’attenzione.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-01-29


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