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BLOC PARTY

Il rinnovamento? Un coitus interruptus

BLOC PARTY, A Weekend In The City. V2 2007    

Supporti > La cosa che salta subito agli occhi, in questo attesissimo e fatidico secondo album dei Bloc Party, e che può essere tanto apprezzabile quando, alla prova dei fatti, materia di discussione, è l’intenzione di non realizzare un lavoro-fotocopia del precedente e pluripremiato Silent Alarm. Lo si nota già dall’incipit di “Song For Clay (Disappear Here)”, che se non rinuncia alle nervosità di stampo new wave che sono marchio di fabbrica della band, tuttavia non dà affatto l’impressione di deja vu che rischierebbe, probabilmente in virtù del cantato comunque anomalo rispetto ai canoni del genere di Kele Okereke, e che già nel precedente disco costituiva indubbiamente l’elemento di forza del gruppo (secondo me peraltro non il migliore di tutta la nidiata di gruppi ciuffini e ottanteschi), quella cosa in grado di connotarlo e contraddistinguerlo da tutta la pattuglia di complessi new-new-wave emersi in questi anni, anche se talvolta il suo timbro strozzato e vagamente piagnucolante infastidisce un po’. La cosa continua a funzionare in “Hunting For Witches”, singolo paraculetto e più in odore di White Rose Movement (o anche alla Spandau…), ma indubbiamente catchy e sicuro riempipista, per quanto contemporaneamente molto ortodosso al loro stile. L’ascolto continua bene anche con “Waiting For The 7.18”, che prepara al ritornello con una strofa aperta e quasi luminosa scandita da un glockenspiel.

Poi arriva l’impressione che ultimamente i Bloc Party abbiano ascoltato molto i TV On The Radio (“The Prayer”, con i suoi battimani prima del ritornello più nelle coordinate del perfetto gruppo new-new-wave, ammesso che esista tale definizione). E questo brano funge anche un po’ da spartiacque, come se da qui in avanti i ragazzi cercassero di confonder(si) le acque e tentare di stare meno legati alle caratteristiche più usuali della loro musica, per provare a usmare vie nuove, più incerte ma magari più stimolanti. Ma che evidentemente fanno loro anche un po’ paura, perché fanno partire bene i brani, per poi tornare sui loro stessi passi: ecco allora “Uniform”, che inizia U2-eggiante per poi decollare (passo falso, perché l’inizio era accattivante, poi tutto ritorna nel solco del conosciuto). Meglio allora la desolazione schiva e emozionale di “On”, che richiama certe apocalittiche visioni alla Joy Division, ma poi, ancora una volta, si risolve in una ritmica più spedita (ma perché i Bloc Party hanno paura dei lenti?). La cosa non cambia: qua e là ci potranno essere speziature campionate e sintetizzate (“Where Is Home?”, che comunque è insieme a “Hunting For Witches uno dei numeri meglio riusciti, grazie all’incisivo ritornello e alla chitarra alla Muse), piuttosto che malinconie à la Cure (“Kreuzberg”), drumming incalzanti e incessanti (“Sunday”, appeal da singolo ma poco altro), e tentativi di dolcezza epica e conclusiva (“SXRT”), però la sostanza non cambia, e lascia inalterati i giudizi: intanto che i difetti siano (a mio parere) quelli del disco d’esordio, e cioè una diffusa prolissità non supportata da pezzi che siano dotati di un’alzata d’ingegno in grado di farli passare sotto pelle. Sì, perché di pari passo viene da dire che le atmosfere sono un po’ tutte le stesse, in queste canzoni, e i pezzi molto simili come dinamiche e scrittura, con tentativi tutto sommato limitati e poco coraggiosi, rispetto alle intenzioni riconoscibili e manifeste di cui si è detto a inizio di recensione, di restyling o nuova vernice su quadri ben conosciuti. E che i testi siano estremamente negativi, cronachistici (si parla di amori gay, droga facile, nevrosi, fast sex e quant’altro) e comunque ben fatti, non fa però scattare quel mezzo punto in più di plusvalore a un disco che arriva davvero meno lontano di quanto vorrebbe.

Peccato, sarà forse per la prossima volta.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-02-04


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