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VINICIO CAPOSSELA

Affanculo questa serietà, questa lealtà.

VINICIO CAPOSSELA, Ovunque Proteggi. Warner/CGD 2006    

Supporti > Queste righe sono un mea culpa recitato con il cilicio, queste righe sono un chiedo venia per un disco colpevolmente trascurato.

Sì. Perché Ovunque Proteggi è un disco abbarbicato, un disco che sa di tralci seccati al sole, sa di edera calda e viperina. Questo disco è la Sicilia e la Sardegna. Sa di fatica, è cosparso di gocce grondanti di sudore. E’ il geco che corre e gioca sul muro gialliccio di tufo, appiccicandosi alla ruota di carro che sta lì appesa. E’ umido, soffre e dispone di irrequiete inquietudini. E’ parola che incombe, è la religione come linguaggio, come mondo di riferimento iconico. E’ l’Antico Testamento, con il suo dio umanissimo e cattivo, possibile e per questo voluto lontano dalle alte sfere. Sono i Birthday Party. Sono le pecore al pascolo, sono las cinco de la tarde nel deserto che arriva a Pamplona. Sono i romanzi di Salvatore Niffoi. Questo disco è carne, morte e vita. Sono mosche stecchite imputridite su un pavimento sporco. Sono i bicchieri con la croppa. Queste canzoni sono terra, brada e arida ma ricca di vita proprio mentre sembra celebrare una lussureggiante apocalisse. Queste musiche sono generi rivoltati sottinsù, sono il jazz e la musica popolare. Sono tavolacci con le schegge in superficie che ti tagliano le mani. La disco-technica sovietizzante e il texmex preso a matitate. Questo disco è Dioniso, è l’amore inevitabile come una bestemmia, è l’affondare in un vortice sabbatico fatto di parole vere, nuove e inventate, tenuto insieme da suoni urticanti, litanie lunghe, marce decadenti, Peppone e Don Camillo che si sfidano nell’armageddon. La Belle Epoque retrofuturista di Canzoni A Manovella dopo che ha assistito all’eccidio di Sarajevo e precipita immemore verso Caporetto. Lontananze, partenze struggenti e allucinati ritratti del nostro intorno. Punti di fuga rivolti a orizzonti perduti. Questo disco è vitale, è sperma non dissipato, è umore e linfa, è l’estatica estate con il profumo dell’agave, pancia che cola grasso perché l’acqua non si può bere. E’ femmina, femmina gravida e maschio che sa del suo stesso seme. E’ la campagna mitica, Cesare Pavese che guarda più a Sud, oltre le Langhe. E’ viso di cuoio incasellato in un primo piano fuori fuoco e ipermetro alla Sergio Leone, con i moscerini che si posano sul mozzico tenuto tra le labbra. E’ il racconto inascoltato e preconizzante dell’Antico Marinaio, sfottuto dai convitati al matrimonio, è quel gabbiano sacro ucciso. E’ verso ancestrale, primordo e rurale. Mano callosa, dita dalle unghie nere, rotte dal freddo e dal caldo tellurico.

Non più urbano, o contadino di paese, Vinicio, non più felliniano vitellone. Qua c’è Akragas. C’è Pirandello con le sue giare, qui, la lupa, gli istinti e il corpo. L’orrore di Kurtz e i barbari. E’ Magna Grecia. Frinire di cicale e rumore di maiali. Formule magiche. Riti. Ritualità.

Questa è musica necessaria. Agreste. Dolore, spina e cicatrice, cauterizzante alcool su piaghe lunghe secoli.

Questa è musica da leggere. Questa è musica da ascoltare. Alfabeti disfatti, stilemi di note, strumenti e suoni riplasmati guardando all’incombente medioevo. Che rende ancora più straniante e lancinante il colpo inferto quando Vinicio sceglie qua e là di distillare a gocce la sua musica a noi più familiare, le sue esplosioni di dolce romanticismo, ché anche loro sono desolate e afflitte di sconfitta.

Questa è musica che fa affondare. Questa è musica che turbina, sconvolge e deraglia, dando ciò che toglie. Erba medica, isteria e radice, mestruo, luna. E’ un sollievo acclamato proprio mentre ti stai convincendo a voler andare ancora più a fondo.

Questa è musica Potente.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-02-11


VINICIO CAPOSSELA