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PATRICK WOLF

Ritratto dell'artista da giovane

PATRICK WOLF, The Magic Position. Loog / Polydor 2007    

Supporti > Anche gli enfant prodige crescono, e giunto alla “veneranda” età di ventitré anni, Patrick Wolf dà alle stampe il suo terzo disco, dopo gli acclamati Lycanthropy e Wind In The Wires, dischi riuscitissimi per l’abilità dell’autore, ottimo pluristrumentista, di fondere un guazzabuglio di reminescenze eighties nei suoni e nella scrittura in un personalissimo percorso verso un tipo di canzone d’autore, che ha affinità, soprattutto a livello spirituale, con i dandismi di certo Bowie, e soprattutto di Marc Almond e Billy MacKenzie.

Ecco allora che la fatidica terza prova è un po’ un terreno scivoloso, perché sparisce, essendo ormai conosciuto l’universo sonoro dell’artista, l’effetto-sorpresa/sensazione su cui i primi lavori potevano fare leva, e bisogna allora mostrare che, come si suol dire, non si tratta di fuffa, ma di buona musica. E bisogna dire fin da subito che il Nostro supera l’ostacolo con disarmante facilità, regalando tredici canzoni che formano un unicum meno claustrofobico e tormentato, forse, che nei precedenti dischi, ma in cui sono assolutamente allo stesso livello, se non qualcosina più su, la raffinatezza (che non è leziosità, eh!) negli arrangiamenti, la freschezza nella scrittura, e la capacità di scrivere canzoni che dicono, e che regalano emozioni. Hai detto niente!

Da dove incominciare? Beh, c’è l’imbarazzo della scelta. Già “Ouverture” delinea bene le coordinate, con il suo efficace mix di archi austeri, ritmo pulsante (vagamente alla primi Arcade Fire) e voce emozionale. Poi ci sono le carte vincenti: la title-track, con i suoi suoni giocattolo che piacerebbero molto a Tim Burton, il primo singolo “Accidents & Emergency”, più appiccicoso di una big babol nel rimanere in testa, o “Get Lost”, che recupera il giro di “Boys Don’t Cry” rendendolo se possibile ancora più primaverile e nobilmente infantile. Preferite le lacrimucce? Non c’è problema, perché Patrizio Lupo sa come toccare certe corde: per “Magpie” chiama in causa nientemeno che Madame Marianne Faithful, che duetta con il giovanotto da par suo in una melodia che sa di brughiera, mentre per “Bluebells” si inventa un incedere epico e teso, come facevano un tempo gli U2, per capirci, al servizio di una dolce dichiarazione d’ammmore. Così come dolce, dolcissima è anche “Enchanted”, quasi da crooner retrò (ma anche affine al Tom Waits più zuccheroso), e anch’essa più che calzante per un secondo episodio di Edward Mani Di Forbice. In “Stars”, invece, fanno capolino chincaglierie elettroniche che sincopano la tenue nenia della voce, in un riuscito sincretismo tra modernismo sonoro e classicismo nel cantato. Vi piacciono anche tracce più sperimentali e dissonanti? “Secret Garden” è lì per voi allora, con i suoi loop spezzati, inserti di drum machine distorta che entrano a caso e quant’altro.

Ma non pensiate che questo Magic Position sia allora solo un mistone di generi pronti a soddisfare ogni palato. Tutt’altro! Patrick riesce a essere convincente e a mettere la firma in ognuna di queste differenti atmosfere, tanto che non viene mai spontaneo l’orrendo gioco del “questo somiglia a questo, quest’altro a quest’altro ancora”, il che è indubbiamente un ottimo segno: solo pochi riescono a essere personali nella eterogeneità, e a risultare credibili tanto in episodi giocosi che in brani più riflessivi (è sicuramente azzardato e irrispettoso, né infatti lo si vuol suggerire, paragonare tra loro artisti dalla storia, e soprattutto dal percorso, diversi, ma Bowie è l’esempio tipico di caratteri di questo tipo).

Il futuro è nelle mani del giovane dandy Patrick Wolf. Sta a lui fare come i suoi impegnativi punti di riferimento.

Ma se a ventitré anni si fanno tre dischi così, si può provare a puntare qualcosa con una certa tranquillità.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-02-26


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