AIR

Tutto questo è noia

AIR, Pocket Symphony. Emi/Virgin 2007    

Supporti > Chissà perché gli Air hanno riversato tutte le loro ultime canzoni belle sul disco di Charlotte Gainsbourg e, almeno per quel che riguarda Benoit Dunkel, nel progetto Darkel. Così ora si ritrovano tra i piedi un disco manierista anzichenò, pallosetto quanto basta e anche di più, e fondamentalmente ben poco interessante rispetto alle precedenti prove del duo transalpino. Ché, intendiamoci, di Moon Safari ne esce uno nella vita, però che questi due raffinati e gustosi cesellatori di pop muzak licenziassero un dischetto almeno di qualche spanna superiore alla sufficienza era un po’ nelle aspettative di tutti.

E invece no. E pur se all’insegna del “squadra che vince non si cambia” (sono della partita e collaborano a Pocket Symphony per l’appunto mademoiselle Gainsbourg, Neil Hannon e Jarvis Cocker, ovvero il team che aveva realizzato il disco della figlia di Serge G. e Jane Birkin) si fa veramente fatica ad arrivare al termine di questo disco senza farsi scappare almeno una buona decina di sbadigli, più o meno trattenuti da una mano provvidenziale davanti alla bocca. Si salvano giusto l’entrée di “Space Maker”, il singolo “Once Upon A Time” e “Mer Du Japon” (e si salvano non certo perché particolarmente innovativi rispetto al marchio di fabbrica-Air, ma perché per lo meno si distinguono dal resto per qualcosa, che sia la voce della chanteuse, un ritmo appena più movimentato debitore di certe cose degli Stereolab, o l’anda da colonna sonora seventies). Francamente prescindibili, al contrario, le altre tracce, da cui si fa davvero fatica a estrarre un qualcosa di accattivante o suadente, anche negli episodi in cui cantano Cocker e Hannon (meglio se fa da solo, lui, o tutt’al più con Yann Tiersen, se proprio ha da collaborare con qualcuno), alle prese decisamente con interpretazioni non indimenticabili. Così come gli accenni a sonorità giapponesi (la già citata “Mer Du Japon”, ovviamente, ma anche “One Hell Of A Party”) sanno di citazione un po’ superficiale e non particolarmente sentita, discorso che vale anche per estetismi minimal alla Philip Glass, che però risultano semplicemente essere esercizi di calligrafia più che veri e propri esperimenti. La stessa “Napalm Love” sembra un’outtake di 5.55, e non ha particolare significato, se la si propone qui. Il tutto suona insomma disunito e un po’ gommoso, privo di mordente e anche di quella velata morbosità pigra che contraddistingueva i momenti migliori dei dischi precedenti (Virgin Suicides su tutti), o addirittura di quella francesità da film Nouvelle Vague che almeno per questioni cromosomiche i due alchimisti fino ad ora ci erano riusciti a proporre in modo egregio, finendo invece qui per toccare vertici davvero bassi e anonimi in pezzi come “Mayfair Song” o “Photograph”, troppo sospesi e fumosi per piacere davvero. Perciò trattasi, in buona sostanza, di un disco leggerino, ma proprio nel senso della sostanza del materiale, più che delle sensazioni che comunica.

Certo, se gli Air volevano fare un disco ambient di musica per ascensori, ci sono anche riusciti, per carità, però di sicuro Brian Eno predicava (e trovava) qualcosa di diverso, quando inventava questo genere musicale.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-03-13

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