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BRETT ANDERSON

The Most Beautiful Loser

BRETT ANDERSON, Brett Anderson. Drowned In Sound / v2 2007    

Supporti > Eccolo che ritorna, più appassionato, romantico e melancolico che mai. Brett Anderson, il perfetto dandy, metrosexual prima che il termine persino esistesse, con tutto il suo contorno di morbido spleen damascato e di bevande all’assenzio, getta la maschera e fa il suo esordio solista, dopo aver concluso la parabola degli Suede e aver tentato la carta della riconciliazione con il primo chitarrista della band, quel Bernard Butler con cui aveva creato nel 2005 l’estemporaneo progetto The Tears.


Ora, non vi aspettate rivoluzioni copernicane, nel far musica di Lord Anderson. Siamo sempre dalle parti di un pop inglese debitore della sacra triade Bowie-Scott Walker-Morrissey, che qua fa leva però, se possibile, su un tono ancor più decadente e crepuscolare, in cui il mood generale è di rimpianto per occasioni perdute o fatte scivolar via. Un sapore di sconfitta che sgrana via certe intemperanze glam proprie della band-madre e che qua non avrebbero avuto gran senso, visto il feeling molto più intimista delle composizioni. E, va da sé, un senso di sconfitta particolarmente affascinante e nelle corde di chi scrive, che serve però come disclaimer e messa in guardia: questo pugno di canzoni potrà risultarvi indigesto o quantomeno passé, se preferite più scintillanti e ormonali band di imberbi ragazzini con il ciuffo ben azzimato, o fintamente astruse astrazioni sonore pseudo-lofi very-fighetto.


Ma tant’è. Il buon Brett se la gioca invece proprio calcando la mano su questo senso di musica assolutamente non contemporanea: la maggior parte dei brani, come suoni e arrangiamenti, potrebbe essere stata registrata non più tardi del 1995 (un esempio a caso? “Intimacy”, ma anche “Dust And Rain”, l’episodio più muscolare del disco e che rimanda direttamente a Dog Man Star, il disco-capolavoro degli Suede): e quindi chitarre con quella distorsione perfectly english accompagnate a ricami di archi a go go e a pianoforti e tastiere (“To The Winter”), e a un senso della melodia che profuma di nobile artigianato pop come spesso Oltremanica sanno davvero fare alla grande, con canzoni costruite in maniera sapiente e che vanno dritte dritte al punto. Come nel caso dei quattro assoluti gioielli che questo disco regala: l’opener “Love Is Dead” (un vero e proprio incipit didascalico per il tono dell’opera), “Scorpio Rising”, con quella atmosfera da cinque del mattino al termine di una notte che abbia affondato anche l’ultima residua speranza di qualcosa, e che echeggia le atmosfere dei Cure più disperati (sentite l’intervento del flauto sintetizzato e dite se non ci vedete una specie di trait d’union con “Trust”, della band di Robert “Ciccio” Smith), la dolcissima “The Infinite Kiss” (altro titolo rivelatore) e lo psicodramma di “The More We Possess, The Less We Own Of Ourselves”, dal sapore antico e quasi lirico. Tutti brani perfetti per l’interpretazione di Brett (che in qualche caso si fa aiutare da Fred Ball nella scrittura), melodrammatica e alla Hunky Dory al punto giusto, sempre stracolma di pathos e pronta a regalare sospiri e palpiti. Altro che tutto il ciarpame “emo” in grande spolvero al giorno d’oggi: qui c’è vero duende, e soprattutto reale abilità nel saperlo raccontare in musica.


Certo non un disco spensierato e leggero, ma al contrario molto toccante e introspettivo, più da pomeriggio piovoso, magari in una casa di Brighton con vista sul mare corrucciato, con una copia di “Cime Tempestose” sul tavolino e l’abat-jour accesa, che da gita in bici con gli amici. Ma tanto, tanto incisivo.


E (cosa che mai guasta) perfetto come colonna sonora per momenti galanti.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-03-19


BRETT ANDERSON