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MOTORPSYCHO

Bursting in beautiful emptiness...

MOTORPSYCHO, . Milano, Rolling Stone 2006-05-10    

Live > Ventuno meno cinque minuti, il concerto inizia. Il locale si riempie a poco a poco fino a rimanere pieno. Sul palco sono in quattro: Bent e Snah (ovviamente), la batteria sulla sinistra e un bravissimo musico allo xilofono elettrico sulla destra. Dietro di loro immagini veloci si susseguono per tutto il tempo. Subito “Sideway spiral”, quasi quindici minuti di delirio. Mica male. Poi via, inizia un concerto con due facce. La prima è l’aspetto brillante dato dal gruppo sul palco, in forma, con la voglia di fare, sempre perfetti (tranne qualche svarione del batterista che forse ha bisogno ancora un po’ di rodaggio, ma come dargli torto). I ragazzi suonano per due ora filate, macinano canzoni una dietro l’altra, sembrano macchine. Il 90% della scaletta va in favore dei pezzi nuovi: l’ultimo “Black hole/Black canvas” viene eseguito quasi per intero e la scelta rimane comunque da premiare perché l’esecuzione è da manuale: “No evil”, “In our tree”, “Sail on”, “Hyena” sono pezzi killer. Loro giocano e divertono, mandano in trance con le cavalcate sonore e la psichedelia, poi colpiscono allo stomaco commuovendo con “The 29th bulletin”. Il pubblico risponde alla grande. Io sono in apnea, alla fine di ogni pezzo espiro e mormoro qualcosa tanto per uscire dall’ipnosi. Sto bene. I vecchi pezzi si contano su una mano: la già citata canzone iniziale, “Hey Jane”, “Neverland”, “Walking on the water” e la conclusiva “Feel”, straordinaria, intensa e commovente. Beh, un po’ di delusione per questa scelta rimane, però non sono nella posizione di discutere un gruppo che sul palco ha dato tutto. E che voleva dare sicuramente di più, ma alle 23 meno cinque Bent dice che il tempo è finito, stringe le spalle con fare un po’ dispiaciuto, facendo chiaramente capire che non dipende da lui, che lo spettacolo poteva pure continuare però... Però è questa l’altra faccia della medaglia: una serata organizzata in modo pessimo. Breve, troppo breve innanzitutto. E poi, mio dio, i suoni! Un’acustica al limite della sopportazione: voce a tratti inesistente nei pezzi più potenti, batteria che si perdeva e rendeva i pezzi un po’ così, lo xilofono che a volte era lasciato all’immaginazione. Volumi bassi, suoni confusi, cosa difficilmente incolpabile al gruppo viste le altre numerose date nella storia caratterizzate sempre da una purezza e precisione di un suono cristallino, pieno e potente. Per non parlare del comportamento dello staff del locale e della sicurezza sotto al palco, ma sorvolo ampiamente... Ci si incontra fuori, ci si chiede se è piaciuto, si sente l’intera gamma di pareri, interpretazioni, gioie, malumori, amarezze, emozioni. Le solite storie, purtroppo le solite beghe e per fortuna i soliti Motorpsycho.


di: Felson

Articolo inserito il: 2006-05-11


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