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ELYSIAN FIELDS

Surrender To Debauchery

ELYSIAN FIELDS, . Circolo Magnolia 2006-05-10    

Live >

Pochi ma buoni, gli interessati spettatori rapiti dalla performance degli Elysian Fields (per l’occasione in veste di duo) al circolo Arci Magnolia. Troppo grande, probabilmente, la concorrenza rappresentata dal contemporaneo live dei Motorpsycho ad appena tre chilometri di distanza. Ma tant’è. Perché forse proprio il fatto di essere insieme a una ventina scarsa di anime, in una location piccola ma accogliente nel suo lynchiano rosso alle pareti, ha accresciuto la magia creata dalla vellutata e super seducente voce di Jennifer Charles e dalla chitarra jazzante e di incredibile buon gusto di Oren Bloedow. E direi che “incantesimo” è proprio la parola migliore per definire le ovattate e suadenti trame sonore che la musica degli Elysian Fields disegna. Attivi da una paccata di anni, ormai, e cult heroes della scena newyorkese, con all’attivo collaborazioni più che illustri (Steve Albini, John Lurie, Michael Tighe e John Zorn posson bastare?) e tre album (l’ultimo, Bum Raps & Love Taps, è dell’anno passato), questa coppia di musicisti giungeva per la prima volta in Italia, nonostante nel resto d’Europa, e specialmente in Francia, siano delle star underground di buona fama. Se nei dischi, a fianco della voce e della chitarra, l’arrangiamento è arricchito da parti di archi e inserti di tastiere, per un effetto di voluttuosa e decadente ennui, il live al Magnolia ha permesso di godere della nuda veste minimale delle composizioni, facendo risaltare, oltre al magnetismo e all’ipnotica seduzione della voce di Jennifer (dall’aspetto che ricorda una Beatrice Dalle meno aggressiva) i preziosi funambolismi di Oren, che con una sola chitarra si sbizzarriva in arrangiamenti mai banali e, soprattutto, estremamente differenziati tra un pezzo e l’altro, trovando un’evidenza che a volte nei dischi rimane più sommersa, in un perfetto interplay di complicità con le linee vocali. Un’ora di carezze notturne, entrando in mondi di morbida, irresistibile sensualità. Troppo facile citare atmosfere alla Velluto Blu, anche se verrebbe naturale farlo. Meglio evocare caves di parigino esistenzialismo, piuttosto, o ancora bettole del quartiere vecchio di Lisbona, o tuttalpiù sgarrupati jazzclub di San Francisco in una piovosa notte di Halloween. Questa la tavolozza degli Elysian Fields, versione duo.

INTERVISTA E corre l’obbligo di dire che non è stata una canonica intervista, quanto piuttosto una piacevole chiacchierata con Oren e Jennifer, davanti a un piatto di pasta e a un bicchiere di vino. Chiacchierata ad ampio raggio, partendo dalle suggestioni della loro musica, e finendo a parlare seriamente di alta politica.

- E’ la vostra “prima” in Italia, eppure in Europa suonate sempre molto, e il vostro sound lo percepisco decisamente come più europeo che americano…
Trovi? In effetti è una cosa che ci dicono in molti, e che però mi risulta sempre un po’ strana da capire. Del resto: tu cosa definisci come realmente americano, nella cultura, nell’arte, nella società? (nda: gli dico Henry Miller e i Modernisti anni ’20, e sorride)… Sei molto ottimista! Ciò che più facilmente passa è invece un immaginario legato magari a Hollywood, o a un tipo di società connesso con i fondamentalismi cristiani, o cose così…come del resto è il caso dell’Italia, per la musica, secondo cui all’estero voi “siete” Zucchero, Laura Pausini, Eros Ramazzotti. Considera poi che ci sono divergenze artistiche anche solo tra me e Jennifer, nelle influenze, negli ascolti, e cose su cui musicalmente non avremo mai una visione affine. Eppure questo è l’aspetto interessante del confrontarsi.

- Lo dicevo perché vi immagino in una ideale “linea” musicale che parte da cose come i dischi di Lydia Lunch, o Camera Obscura di Nico, fino a giungere a suoni e atmosfere alla Tindersticks, non in realtà più influenzate dalla canonica musica rock americana.
Beh, hai detto nomi che sono in gran parte musiche amate da Jennifer. Aggiungici un’estrazione proveniente dal jazz, e da musiche nate dalla ricerca dell’improvvisazione.

- Io vi ho “scoperti” sentendo anni fa per radio “Black Acres” (dall’album Queen Of The Meadows), e ciò che mi ha colpito delle vostre canzoni era da un lato l’aspetto evocativo delle atmosfere, dall’altro, nello specifico in quel disco, i testi molto focalizzati sulla sensualità. Nell’ultimo lavoro invece, si respirano atmosfere più “aperte”, ma, quasi in contraddizione, con canzoni più rarefatte e narcotiche rispetto a dischi precedenti.
Jennifer: beh,sui testi non ti posso rispondere…E’ difficilissimo commentare una cosa di questo tipo, diciamo che nei testi esploro miei mondi e suggestioni, ed è una parte della mia sensibilità che ne vien fuori. Senza che ci sia una sorta di “masterplan” a tavolino, del tipo: “In questo disco parlerò di questa cosa”, e così via…
Oren: idem per il lato musicale. Semplicemente ci sono momenti in cui la scrittura dei pezzi fa nascere canzoni che possono funzionare in quanto canzoni a sé, e altri in cui le canzoni vanno percepite come un unicum all’interno del disco. Io per esempio ragiono proprio sulla lunghezza temporale del disco, e non su quella della singola canzone: trovo che un disco possa cominciare a decollare, come atmosfere, e a svelare le sue carte, a partire dal terzo brano, facendo entrare a poco a poco nell’universo che intende aprire all’ascoltatore. E in questo modo cerchiamo di muoverci. Però il tutto spontaneamente, senza piani di partenza. Lo stesso dicasi per le collaborazioni: in quest’ultimo lavoro ce ne sono di meno rispetto per esempio a Dreams That Breath Your Name (2002), ma questo è stato del tutto spontaneo e naturale.

- A proposito dei vostri dischi, ce n’è magari uno in particolare a cui siete più legati?
Oren: direi di no, e se dovessi fare un mio album degli Elysian Fields, andrei probabilmente a prendere cose da ogni disco, magari riregistrando o risuonando alcune cose. Anche questa è una faccenda misteriosa: ricordo che da ragazzino andavo matto per Entertainment, dei Gang Of Four, e per come “spaccavano” il suo suono e le sue canzoni, mentre il successivo Solid Gold lo trovavo meno potente, come sensazioni. E mi son ritrovato a risentirli entrambi poco tempo fa. Solo che di recente li hanno riregistrati, esattamente con le stesse parti suonate, ma con la strumentazione odierna, e non ti so dire quali versioni io abbia ascoltato, e perciò se la sensazione di “suono che spacca” sia reale!

- Ho letto di questo vostro progetto parallelo, La Mar Enfortuna, che esplora la musica ebraica, in particolare quella sefarditica. Mi raccontate qualcosa? Si tratta di un interesse esclusivamente musicale, oppure ha per esempio anche a che fare con le vostre radici?
In realtà non abbiamo radici ebraiche, forse Jennifer ha lontani ascendenze, ma non ne siamo sicuri. Diciamo che è un interesse prevalentemente estetico e musicale, per le strutture melodiche di quella musica, ciò che ci muove in quella direzione. Sai, a New York John Zorn ha fatto un sacco di lavoro per far conoscere la musica della tradizione ebraica. Ma a noi piace perché è bella musica, non perché sia ebraica. Intendo dire: abbiamo partecipato a tributi a Marc Bolan e Serge Gainsbourg, ma ci avremmo partecipato volentieri anche se non si fosse trattato di musicisti ebraici! Ci fa sempre un po’ di spavento pensare in termini così “nazionalistici” alle cose. Oltretutto ci sono un sacco di musiche estremamente interessanti, e vorrei che la vita fosse lunga abbastanza per poter fare un disco legato a ognuna delle musiche che ci piacciono!

- A proposito di collaborazioni, c’è qualche artista, non necessariamente in campo musicale, con cui vi piacerebbe lavorare?
Oren: Todd Solontz, il regista di Happiness, lui assolutamente, e poi questo regista molto avant-garde, che si chiama Bill Morrison. Con lui dovevamo in effetti girare qualcosa, ma non si è ancora riusciti a combinare bene.

- E in effetti, la vostra è una musica che ha un’ariosità molto cinematografica, chissà quante volte ve lo sarete sentiti dire! Ho letto anche dell’amore di Jennifer per Le Notti di Cabiria, di Fellini…
Assolutamente! Io sono un hardcore fan del primo Fellini, già Otto e Mezzo, per dirti, non mi piace più, mentre amo alla follia i suoi primi lavori. E poi abbiamo entrambi un grandissimo amore per il cinema espressionista tedesco degli anni ’30: Murnau, Lang. Avevamo girato un video nello stile del Gabinetto del Dottor Caligari (pietra miliare del cinema di quegli anni, nda), ma il regista ha filmato a colori ed è venuto una schifezza!

Proseguendo nella chiacchierata, arriviamo a toccare temi extramusicali. Oren ci tiene a chiedermi come sia la situazione in Italia, dopo le elezioni, e quali le urgenze, a mio avviso, di cui si dovrebbe occupare la politica. Poi, serissimo, mi racconta: ”Una cosa cui teniamo molto, quando suoniamo in Europa, è far capire come una fortissima parte dell’opinione pubblica statunitense non sia d’accordo con la politica del governo, e non solo!, come essa si senta defraudata dal risultato della seconda elezione di Bush jr. Praticamente tutti gli artisti americani sono fortemente impegnati nel far sapere che l’America non è quella che i media propagano, e che la realtà è molto diversa, che la coscienza degli americani è molto preoccupata per come le cose stanno andando, e per la deriva fondamentalista che la politica sta prendendo. Eppure la massa della popolazione è ancora anestetizzata da ciò che i media le rappresentano, e non è pronta a svegliarsi, così come chi ha già preso coscienza della situazione non è pronto a sollevarsi in massa e a protestare, per paura che un’intera nazione possa essere lacerata e finire sull’orlo di una guerra civile. Per muoversi, probabilmente, la gente deve aver coscienza che non solo la libertà viene messa in gioco, ma anche la sicurezza individuale. Poi considera che la cosa interessante è che questi trenta milioni di sedicenti fondamentalisti cristiani, se presi singolarmente e posti di fronte a domande dottrinali, non saprebbero assolutamente come rispondere, e semplicemente assumono una posizione figlia dell’ignoranza e di una specie di “quieto vivere”. Comunque è nostra cura, e ci preme davvero, sensibilizzare chi ci viene ad ascoltare in Europa, su questi temi, e sul sapere che l’America non è quella che viene presentata”. Mi congedo con queste parole da Jennifer e Oren, lasciandoli rilassare prima del concerto.


(si ringraziano per la disponibilità, oltre agli Elysian Fields, Miriam di Spin-go! e i ragazzi del Magnolia).


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-05-11


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