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CARGO CULT

N'ayant plus rien à perdre ni Dieu en qui croire, afin qu'ils me rendent mes amours dérisoires

CARGO CULT, . Magnolia 2006-05-25    

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La cosa più bella, quella che noti per prima e ti rapisce, è vedere Amaury Cambuzat e Olivier Manchion DENTRO la loro musica, e trasmettere come cosa immediata l’intensità di quello che stanno proponendo. Sono solo loro due, i Cargo Cult, la radice profonda del suono Ulan Bator, che si palesa sotto altro nome non per vezzo, ma per non creare confusioni e mettere in chiaro come questo concerto, cui stiamo assistendo, siano proprio loro due, a nudo. Che esprimono se stessi e la ragione intima della musica di un progetto attivo da 15 anni, di un fare musica tra due persone amiche e che ne hanno passate parecchie, insieme e non. Li avevo già visti in questa veste poco più di un mese fa alla Casa 139. Lì avevano scelto traiettorie sonore più soffuse e dilatate, un maggiore e più cospicuo uso delle tastiere (stasera invece “solo” un Farfisa sarà protagonista) e un più diffuso voler esplorare l’ambient, di certe trame musicali, attraverso la rivisitazione di molte canzoni della loro band. Allora erano sbattuti da un intenso periodo di concerti, e la spossatezza fisica, anziché penalizzare lo show, aveva dato un surplus di emozionalità al tutto. Anche al Magnolia Cargo Cult arriva reduce da scorribande concertistiche all’estero: appena la sera prima hanno suonato a Lione. Ma rispetto alla data alla Casa c’è più voglia di osare, e improvvisare: i ragazzi sono stati in giro per un po’ con i Faust (gli inventori del kraut rock, pionieri della musica avant-garde con Neu! e Can), e inevitabilmente il concerto si arricchirà degli stimoli che arrivano da giorni di prove e concerti con loro. Olivier fa il fantasista e si divide tra batteria (ed è un suonare la batteria come piace a me: non solo rendersi metronomo, ma portare la canzone dove è necessario che vada, essere essa stessa strumento che disegna il brano, non semplice tramatura ritmica), basso elettrico e chitarra acustica annegata in una serie di pedalini. Amaury invece tiene un po’ in disparte il lato tastieristico e dà più spazio alla chitarra elettrica, spesse volte anche bella distorta. Quello di stasera è un concerto più sonico, se mi si passa un termine ormai trito e ritrito, ma dove la sonicità non è (solo) quella cui ormai possiamo pensare immaginandoci gruppi nostrani, quanto piuttosto quella più psichedelica e magmatica alla My Bloody Valentine. Ecco quindi che la stessa Pensées Massacre, dall’ultimo lavoro Rodeo Massacre, rallenta facendosi più riflessiva ma anche più malata, per via della chitarra più cattiva. La forza della loro musica, e anche la caratteristica, è quella che fa sì che si possano permettere un concerto intenso e intimo come quello della Casa, e poi di proporre un lato più rumorista e fragoroso a distanza di un mese, non perdendo un solo grammo della personalità che la musica ha, pur non avendo remore a osare musiche meno definite o riconoscibili e più facenti leva sull’improvvisazione. Anche se un concerto come quello del Magnolia può risultare più ostico al pubblico, o addirittura dare l’idea di essere meno efficace. Lunghe suite sonore, dinamiche di pieni e vuoti alternate con sapienza, pedaloni di chitarra acustica oppure di distorsione su cui tracciare le trame della voce, evoluzioni del basso e organetti fatti pulsare. Tutto questo a ruota libera, non avendo paura di non essere sempre a fuoco o di non centrare appieno il bersaglio. Con estrema tranquillità, e consapevolezza. Un’esperienza, vederli sul palco. A fare una musica che chiede attenzione, e che la merita tutta. E che ha sempre da insegnare.

INTERVISTA.

Prima del concerto, nel camerino del Magnolia, scambio un po’ di chiacchiere con Olivier, per parlare dei progetti dei due Cargo Cult e di millemila altre cose.

- Una prima curiosità è chiederti il perché della denominazione Cargo Cult, anziché scegliere quella “canonica” di Ulan Bator.
Beh, il vero motivo è: per mettere in chiaro che siamo proprio io e Amaury che suoniamo, il vero “nocciolo” della nostra musica, senza maschere, per ritornare alla radice del nostro suono, a quello che eravamo quando siamo partiti anni fa. E per evidenziare come si tratti di un ritrovarsi dopo un periodo in cui ci eravamo allontanati, ognuno per crescere facendo le proprie esperienze, musicali e non. Simboleggia proprio due persone che si riavvicinano, prima umanamente e poi per suonare insieme. Il tutto è avvenuto in modo molto bello: entrambi eravamo in contatto con i due Faust, che stavano per decidere di riformare la band, e ci hanno chiesto, nel 2005, di suonare con loro: per cui era come se due coppie tornassero contemporaneamente a unirsi. E da lì poi è stata una cosa naturale per me e Amaury tornare a suonare insieme.

- Come vi trovate a suonare con i Faust? Tu arrivi da quel tipo di musica?
E' un’esperienza molto forte e divertente. Io amo molto le cose che hanno fatto loro, e gli altri gruppi della scena krautrock, come i Neu!, o i Can. Poi più in qua con gli anni sono stati decisivi i My Bloody Valentine, con le loro sonorità pienissime ma perfettamente calibrate, e organizzate. Anche molto importanti per me sono stati alcuni concerti…

- Quali?
Negli anni tra il ’90 e il ’91 vennero a suonare un po’ di volte in Francia gli Einstürzende Neubauten, che dal vivo mi impressionarono molto, anche se poi, una volta che ho conosciuto la musica dei Faust, mi hanno colpito di meno perché si capiva chiaramente che loro arrivavano da lì, pur avendo poi un’altra ricerca musicale, soprattutto per via del carisma di Bargeld. E poi, appunto, i My Bloody Valentine, che furono forse il gruppo che mi colpì di più.

- Cambiando discorso, so che hai appena finito di produrre il disco dei Vic Larsen. Mi racconti com’è andata, e soprattutto se ti è piaciuto fare il produttore? O meglio. Che idea hai tu della figura del produttore?
E’ stato molto bello! Loro stessi mi hanno cercato, per lavorare insieme, io non avevo mai pensato di fare seriamente il produttore. Anche perché lavorare con un produttore vuol dire mettersi nelle sue mani: fidarsi delle sue idee e della sua idea del suono, che naturalmente deve però stare attenta a non snaturare la personalità della band. Come Ulan Bator, ad esempio, abbiamo fatto i primi dischi da soli, e lì è stato dove davvero abbiamo imparato; poi abbiamo avuto la possibilità di lavorare con Michael Gira (leader della cult band Swans, n.d.a.): e quando l’abbiamo fatto era una cosa che volevamo fortemente perché ci piacciono i dischi in cui lui ha messo mano, e le sue idee. Con lui è stato poi molto interessante perché quando si accorgeva che le cose stavano venendo in maniera vicina a come suonavano gli Swans, ci ha forzato a prendere altre direzioni, e a essere più noi stessi. Così è il modo in cui credo si debba comportare un produttore: mettere mano in maniera chiara alla musica, ma sempre cercando di “soffiare sulle braci” per far uscire l’anima del gruppo. Però mettendoci del suo! Non potrei mai fare il produttore e semplicemente limitarmi a registrare quello che un gruppo suona, anche per una questione di onestà. Tornando al lavoro fatto con i Vic Larsen, ho puntato soprattutto a far chiarezza nel loro suono, anche capovolgendolo rispetto a come loro stessi erano abituati, e a far uscire una vena più cupa e contemporaneamente più rock.

- Hai in programma altri lavori di produzione?
Sono in contatto con una band di Torino, che si chiama Lule Kane, ma è un po’ presto. Loro hanno bisogno di registrare la loro musica come viene adesso a loro, senza altri interventi, e soffiare loro stessi sulla loro brace!

- Invece, c’è qualcuno con cui ti piacerebbe lavorare, come Ulan Bator, a livello di produzione, o di musicisti con cui collaborare?
Mah, sinceramente no. Credo che potremmo essere in grado, io e Amaury, di registrare qualcosa che ci convince e ci piace con idee sufficientemente chiare. Così, senza pensarci troppo, ti direi che mi piace molto il suono dei dischi degli Spiritualized, ma con questo non vorrei, mettiamo, lavorare con loro o con il loro produttore. Del resto, come ti dicevo, io e Amaury siamo arrivati al nostro suono lavorando da soli, e credo che entrambi adesso abbiamo abbastanza esperienza per fare cose buone senza avere per forza bisogno di collaborazioni esterne.

- La domanda fatidica sui progetti futuri come Ulan Bator, o come Cargo Cult.
Beh, non abbiamo in programma di fare registrazioni come Cargo Cult, anche perché se lo facessimo verrebbero a essere spontaneamente come una sorta di “provino” per cose future degli Ulan. Abbiamo invece degli embrioni di canzoni, sia Amaury che io, per un prossimo disco a nome Ulan Bator, che vorremmo riuscire a far uscire nel 2007, anche se i tempi poi sono sempre destinati ad allungarsi. Inoltre ognuno di noi ha anche i propri progetti (n.d.a.: Olivier suona con i Bias, insieme all’ex Afterhours Xabier Iriondo, e ha un solo-project che si chiama Permanent Fatal Error, con cui suonerà l’8 luglio a Sant’Arcangelo di Romagna, mentre Amaury ha prodotto il disco della band abruzzese Marigold e ha un progetto solista a nome Alphabet City. Tutto questo senza dimenticare l’estate di concerti con i Faust, che li vedrà anche impegnati nella registrazione di un disco con la formazione tedesca), per cui siamo decisamente molto impegnati.

- E il concerto di stasera? Come sarà?
Sarà più basato sull’improvvisazione, che su vere e proprie canzoni, come invece abbiamo fatto altre volte di recente. In un certo senso più sperimentale, e anche più chitarristico che in altre occasioni. Meno ambient e più “rumoroso”. Speriamo ci venga bene!

- Benissimo, Olivier, abbiamo finito! C’è qualcosa che vuoi dire di cui non abbiamo parlato?
Sì! Ci tengo a dire che è proprio un bel periodo, nella vita e nella musica. Sono felice, stiamo lavorando molto e bene, andando avanti passo dopo passo verso il nuovo disco, anche con tempi lenti e rilassati, senza farci fretta. Ma sono, e siamo, convinti, che tutto questo, il suonare di nuovo insieme, e l’esperienza che io e Amaury abbiamo fatto ognuno con i propri progetti e poi con i Faust, ci ha arricchito moltissimo, insegnandoci tante cose e facendoci conoscere altre realtà. Tutto questo ci darà tante cose in più da mettere nel nuovo disco degli Ulan Bator.

Chiudiamo segnalando il sito degli Ulan Bator, da dove poi verrete direzionati alle varie identità musicali di Amaury e Olivier: http://www.ulanbator-archive.com

Come sempre, ringraziamenti all'Arci Magnolia


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-06-01


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