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BAUSTELLE

Il cinismo salverà noi romantici.

BAUSTELLE, . Rockisland, Bottanuco (Bg) 2006-06-02    

Live in Bloom > La Malavita, terzo disco dei Baustelle, ha quasi compiuto un anno d’età. Quale migliore occasione del concerto che il gruppo toscano terrà a Bottanuco al Rockisland, meritorio festival che ormai da anni è un punto fermo tra gli appuntamenti dell’estate musicale tra Milano e Bergamo, per discutere con loro e fare un bilancio di quest’intensa annata musicale? Chiacchieriamo con Francesco Bianconi nel backstage, poco prima che inizino il soundcheck, tra il sole al crepuscolo e un accenno di tramontana che fa volar via i piattini dove è appena stato servito uno spuntino alla band. Voce bassa e toni cordiali e appena timidi, con il signor Baustelle si chiacchiera molto piacevolmente. Il ghiaccio si rompe con qualche battuta a proposito della loro registrazione, la sera prima, di una puntata del Festivalbar, e delle “illuminate” domande rivoltegli da Ilary Blasi.

- Allora, Francesco, la Malavita è uscito da quasi un anno. Un anno nel quale avete suonato parecchio e in situazioni diverse, fatto due video, vinto premi, avuto un’esposizione non indifferente. Del disco e dei suoi temi si è parlato molto, così come del vostro immaginario musicale. Ritieni che ci sia stato qualcosa che è stato frainteso, o mal interpretato?
Mah, ti dirò, onestamente bisogna dire che proprio frainteso no. A parte gli scherzi, le domande di rito e i luoghi comuni che ogni tanto ci son stati, direi proprio che il messaggio è arrivato! Siamo riusciti a fare cose che non mi sarei mai immaginato in vita mia di fare, come lo stesso andare al Festivalbar: ci siamo calati in una realtà decisamente lontana dalle nostre provenienze, quasi al confine con il trash, se vuoi, e con un pubblico eterogeneo e non per forza vicinissimo al nostro mondo, e tutto questo con una musica NON da Festivalbar. Abbiamo fatto un disco pop (e io non ho assolutamente nulla in contrario con il concetto del pop!), e fortunatamente, un disco che si presta a diversi livelli di lettura, che ci ha permesso, proprio attraverso un discorso di proposizione della nostra musica attraverso gli stilemi pop, di lanciare il nostro messaggio a molta gente, di dire in modo universale.

- Bilancio positivo, quindi…Tra l’altro il successo di La Guerra E’ Finita, al momento dell’uscita del singolo, mi aveva molto colpito: sembrava una cosa parallela a quando i CSI furono primi in classifica con Forma E Sostanza, o un’altra applicazione della “lezione” di Morrissey, quella di riuscire a dire cose spesse attraverso un limpidissimo pop.
Ti ringrazio di questi accostamenti eccellenti, intanto! Poi, sì, bilancio positivo, molto! Crediamo di essere riusciti a fare un pop non stupido o banale, che ha contenuti, e che musicalmente prova a fare le canzoni che noialtri non sentiamo in giro. Con risultati che dal nostro punto di vista sono stati raggiunti, per cui non possiamo che esserne contenti.

- Cambiando argomento, ho letto e apprezzato sul vostro sito (www.baustelle.it) un tuo “editoriale” dove facevi riferimento al Romantico Cinismo, come a un atteggiamento che è di questi tempi necessario adottare. In particolare mi aveva colpito la frase con cui chiudevi: “Scrivere col sangue nero del cuore polveroso dei cani”. Hai voglia di dircene un po’ di più?
Certo, volentieri! Intanto l’immagine del cane, del cane randagio in particolare, ricorre molto in vari campi musicali e artistici in generale, ed è molto suggestiva. C’è in una canzone di Federico Fiumani dei Diaframma, da cui sono partito per scrivere quel pezzo, e anche in una bellissima canzone di Franco Califano, che si chiama Io Non Piango, e racconta appunto di come il protagonista riesca a non farsi ferire da tutta una serie di cose terribili cui assiste, ma di come non possa non commuoversi alla visione di un cane randagio. Il discorso che facevo in quell'articolo sul nostro sito ha a che fare con un concetto cui tengo molto, che è quello di identificare, e assumere per sé, il Romanticismo, inteso come spirito e come indole, quale vera e unica forma di resistenza possibile che ci è rimasta a disposizione. Da qui poi, e non è una contraddizione, essere cinicamente romantici viene come da sé, perché il cinismo è appunto una stoica difesa, una stoica resistenza, attuata attraverso il romanticismo, di fronte alla bruttura della realtà. Il cinismo di chi ha coscienza della propria condizione e della sua forma di resistenza, ovviamente, e che con tale coscienza porta avanti la sua forma, non il cinismo come sentimento negativo!

- Una cosa vagamente alla Camus, quasi…
Sì, in un certo senso. C’è anche questa bellissima poesia di Houellebecq, che paragona appunto la resistenza a un crocefisso abbandonato in una landa desolata, ed è un’immagine che colpisce. Poi, nello specifico, nel mio caso, questa resistenza romantica che provo ad attuare è una resistenza poetica, che si esprime attraverso lo scrivere canzoni, che attraverso quello prova a farsi concreta. Ognuno trova, o dovrebbe trovare, quanto meno, il suo modo in cui esplicitarla, riflettendo su se stessi, e sul proprio modo in cui trovare la via per questa resistenza. Ma l’approccio romantico è quello, l’unico a mio parere, che ci rimane. Da qui, come ti dicevo prima, il cinismo nel portarlo avanti. Quasi per una questione di sopravvivenza.

- Torniamo un attimo alla musica. Mi racconti il tuo metodo, se esiste un metodo, con il quale ti approcci alla scrittura?
Guarda, credo di essere piuttosto “conservatore”, riguardo a questo, nel senso che in ogni caso cerco di partire sempre dalla musica, e in particolare anche dalla presenza di una linea melodica per la voce piuttosto definita. Mi piace farmi in qualche modo “costringere” dalla struttura armonica, dalla musica e dalla forma, per poi piegarci dentro le parole e il testo. In ogni caso ho ben chiaro che il testo di una canzone è cosa diversa, per esempio, dalla poesia, e quindi ha necessità anche armoniche che non vanno dimenticate. Prestando particolare attenzione a come le parole calzino nella melodia, e anche alla scelta del suono che per esempio determinate lettere hanno, e a come questo possa risultare efficace.

- Facciamo qualche nome? Qualche figura cui guardi con ammirazione, tanto per i testi che per le parole. Magari non per forza come ispirazione, ma semplicemente come figura esemplare.
Beh, a livello dei testi, e anche a costo di rischiare un po’ di banalità, non posso non citarti due colossi come Bob Dylan e Lou Reed. Il primo ha davvero rivoluzionato il modo di scrivere i testi delle canzoni: ha riversato non solo la poetica, ma anche i “modi” e le forme della Beat Generation in musica, ha portato la tecnica del flusso di coscienza nella canzone (e ti parlo del Dylan che secondo me è più significativo, ovvero quello “elettrico”, da Highway 61 Revisited in poi). Lou Reed invece ha attuato un’altra rivoluzione portando nel mondo della musica il realismo più crudo che ci si potesse figurare, tanto a livello di storie che di immagini nelle canzoni: il junkie che aspetta lo spacciatore, la stessa Heroin: se pensi che il primo disco dei Velvet è del ’67, puoi capire quanta importanza abbia avuto tutto questo. Ovviamente amo molto anche cose scritte da Cohen, anche se lo trovo meno innovativo, nella sua scrittura, dei due che ti ho detto. Credo la stessa cosa anche di Nick Cave, pur apprezzando molto alcuni suoi testi.

- In Italia?
Allora, a parte i mostri sacri, credo che Manuel Agnelli sia davvero un ottimo scrittore di testi. Per esempio Cristiano Godano mi piace, ma trovo che sia meglio quando è meno ricercato e letterario, di quando invece si fa magari più criptico e in un certo senso artificioso. Che è bello, perché gli riesce molto bene, ma a me personalmente, colpisce un po’ di meno.

- Per la musica, invece?
Fondamentali i Beatles, davvero! Io non sono un grandissimo estimatore, ad esempio, di Sgt. Pepper. Preferisco di più il White Album e Revolver. Credo che lì abbiano davvero toccato le vette più alte. Anche in molti episodi di Abbey Road questo è successo. Ma in generale loro hanno davvero raggiunto livelli elevatissimi nella scrittura di canzoni.

- E come nascono le canzoni dei Baustelle? Arrivano da spunti tuoi e di Rachele (la tastierista dagli occhi di ghiaccio, che arriva poco dopo la fine della nostra chiacchierata con Francesco, e con cui scambiamo solo un paio di battute, n.d.a.), oppure attraverso un processo più corale?
Tieni conto che abbiamo intanto una certa difficoltà logistica, perché io vivo a Milano, mentre gli altri sono a Montepulciano. Ma diciamo in generale che io o Rachele arriviamo con una prima imbastitura del pezzo, spesso con anche un testo più o meno definito, che sottoponiamo agli altri. A seconda poi se il brano piaccia o meno, si lavora insieme in sala prove all’arrangiamento e a completarlo.

- Riallacciandomi a quanto detto prima su ciò che ti/vi è successo quest’anno, ci sono ad esempio gli articoli su Bianciardi…
Vero, e in effetti è successo tutto un po’ a culo. Nel senso che io poi di Bianciardi (traduttore per esempio di Henry Miller, e autore di romanzi e racconti tra cui La Vita Agra, n.d.a.) in effetti conoscevo solo La Vita Agra, ai tempi in cui Rumore mi chiese di scrivere un pezzo su di lui. La Vita Agra mi aveva toccato moltissimo, perché mi ritrovavo nella sua esperienza di toscano trapiantato a Milano, e nella sua visione della vita, nonché nel modo di scrivere di Bianciardi. Poi mi contattarono anche quelli di Repubblica – XL, e a un certo punto è sembrato quasi che io fossi il massimo esperto di Luciano Bianciardi. Ma mi fa piacere che nel mio piccolo possa aver contribuito a far conoscere a una platea più ampia, che magari neanche ne aveva mai sentito il nome, la sua figura e il suo libro più famoso.

- Chissà, magari avverrà un po’ come successe per Emidio Clementi e Emanuel Carnevali…
Eh, magari! Non sarebbe davvero male! Già che son così pochi gli scrittori italiani di valore che sono conosciuti…

- Due mie curiosità personali: conosci Anais Nin? E poi, mi dici qual è la tua canzone preferita di Serge Gainsbourg, di cui so che sei grande fan?
Allora, Anais Nin la conosco, ma non moltissimo. Di fatto ho letto solo Il Delta Di Venere, che mi è piaciuto parecchio, ma altre cose non le ho mai lette. Per quanto riguarda Gainsbourg, invece, anche qui correrò il rischio di cadere nella banalità, ma sinceramente Je T’Aime…Moi Non Plus è davvero un capolavoro. Lui stesso l'aveva scritta con l'intenzione di scrivere la canzone d'amore "definitiva", che risaliva ai tempi della sua storia con Brigitte Bardot: e ne registrò anche con lei una versione, anche se quella che è passata alla storia è quella incisa con Jane Birkin. Ma è davvero una vetta elevatissima. E ce ne accorgiamo anche noi Baustelle, che la suoniamo ogni tanto in concerto, attaccandola come finale del live. Ti rendi conto, proprio eseguendo il pezzo, di come sia un piacere suonare quella successione di accordi, e di come giri tutto alla meraviglia.

Onestamente, speravo Francesco mi dicesse Initials B.B. (la MIA preferita di Gainsbourg), ma va bene lo stesso! Lasciamo andare i Baustelle a fare il soundcheck, e a preparare la discesa della romantica Malavita su Bottanuco, che risponde in massa affollando l'area del festival e lasciandosi ammaliare da una scaletta che attinge anche da La Moda Del Lento e Sussidiario Illustrato Della Giovinezza, primi lavori della band.

Grazie a: Alez, direttore artistico del Rockisland, e Toto, tourmanager dei Baustelle, per la disponibilità e le sagaci battute...


di: BLIXA

foto di: RadioTakeshi

Articolo inserito il: 2006-06-06


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