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STUART A. STAPLES

il deserto dei tartari

STUART A. STAPLES, . Magazzini Generali, Milano 2006-11-26    

Live > Il fenomeno della desertificazione di milano è un processo ancora impercettibile, ai più addirittura del tutto sconosciuto, ma ad uno stadio già avanzato. L'orientamento può essere lasciato all'improvvisazione, puntando gli orologi ed i fari della macchina su coordinate tanto segrete ed invisibili che non c'è neppure bisogno di nasconderle. Così precipitammo in un angolo buio e misterioso, attraccando su una costa dallo sguardo bieco ed una malcapitata vegetazione. Non arriverà nessuno, non succederà nulla, mi dico, o forse è solo molto presto. Posiamo i piedi sulla terraferma e due occhi ci squadrano aldilà di un paio di siepi pelose. Capitate male come queste sterpaglie, giovanotti, sembrano rimproverarci. Ci scrutiamo a vicenda, non è casa mia, ne sono certo, e non lo sarà mai. Ma tu, faccia da comandante di questo vascello arenato qui da secoli, naufragato col tuo sarcasmo pieno di solitudine in un'arida zolla di pietra, tu che aggrappi il tuo filo di speranza ad una voce distante millemiglia, tu, stasera, facci salire.

Ed in effetti ci fa salire.

Dentro è il deserto, ovviamente. E non cambierà di molto nemmeno in seguito. Ma personalmente non è un grosso problema.

Rotoliamo stanchi e rilassati per alcuni quarti d'ora come sassolini in un bastone della pioggia, incrociando occhi decadenti, pantaloni a vita bassa, poeti falliti, calze a rete, chitarristi emergenti, critici musicali pronti a stroncarli. Finchè con una pietra al collo ci tuffiamo su un divano. E da quell'angolo lasciamo scorrere il momento di gloria di Laura Lopez Castro, vigorosa voce latina, tentata dal soul moderno, troppo al passo coi tempi, ma qui ad accompagnare e sostenere la tradizione di una chitarra softflamenco che non regala grosse emozioni, giusto quel calore che può cullare una testa ciondolante.

Le attese spesso diventano preparatorie. E con umore pigro e distaccato restiamo in attesa.

Stuart Staple è la voce dei Tindersticks. Le cartelle stampa dicono "ex" voce dei Tindersticks. Io non me le filo, un pò perchè non ho voglia di filarmele, un pò perchè un paio di mesi fa com'è vero iddio, a Londra erano proprio loro quelli sul palco del Barbican, per cui meglio lasciare al tempo queste sentenze.

La voce di Stuart Staple è come un ottone suonato con l'archetto, il modo più dolce di non avere nessuna speranza. Non l'ho mai sentito "aprire" un ritornello, la tonalità maggiore è una bugia, un'illusione da temere ed allontanare. Se c'è rabbia nelle sue canzoni, e ce n'è, è la rabbia degli sconfitti.

Eppure ora noi siamo tutti lì immobili come tasti di un pianoforte in balia delle onde, sappiamo che ci aspetta una deriva, e lasciamo che sia.

Stuart Staples di cose da raccontare ne ha. Sappiamo come vanno a finire le sue storie, ma farsele raccontare è l'unica cosa che ci interessa. E in quest'anno ha messo insieme due opere inevitabilmente ed indissolubilmente legate all'esperienza con i Tindersticks, ma probabilmente questo nuovo modo di stare al timone gli apre nuove rotte verso cui inabissarsi. L'ultimo dei due ("Leaving Songs") è stato inciso addirittura fra le strade di Nashville, sporcandosi il grembiule con una salsa di Lambchop. La colazione dei perdenti.

Non si presenta da solo, anche se in veste più sobria rispetto a quel che si può sentire sul disco, ma con un'eclettica band di cinque elementi che crea e toglie appoggi e qualunque forma d'inerzia, catturando sempre l'essenza di ogni brano, e non concedendo mai comodi punti di riferimento. Thomas Belhom alla batteria sposta gli accenti anche sulle ballate più quadrate, e sembra quasi di smarrire pure il ritmo del proprio respiro, mentre dall'altra parte Terry Edwards giocherella con glokenspiel quando non sta annunciando presenze minacciose all'orizzonte con la tromba, e quando non finisce tra le fiamme del proprio sassofono. La chitarra è di Neil Fraiser, sinistra eredità sempre alla destra di mr.Staples, come David Boulter addetto alle tastiere ed alle mareggiate. Le canzoni sono le tristissime creature dei due dischi di cui si diceva prima, ballate di un pirata senza bottino e senza nessuna voglia di tornare indietro, di tutti i pronipoti di Leonard Cohen forse il più malmesso, forse il più sincero. Per quello che possa importargli della sincerità.

Alla fine i nostri occhi sono dei tramonti, ed i passi galleggiano prima del risveglio, il buio è immobile, ed il deserto intanto ha guadagnato nuovi centimetri.


di: alberto carozzi

foto di: Milena

Articolo inserito il: 2006-11-29


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