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NINE INCH NAILS

Musica per giovani nichilisti

Nine Inch Nails, The Downward Spiral. TVT / Interscope 1994    

Vintage > Proprio ora che è appena uscito il nuovo disco Year Zero, vale la pena fare un mini ripasso e andare a rispolverare (o a riscoprire, se non lo conoscete) questo The Downward Spiral, secondo disco, dopo il folgorante esordio di Pretty Hate Machine, di mr. Trent Reznor.
Perché questo disco è l’opera più impressionante degli anni ’90. E l’opera più intelligente partorita dalla musica americana di area rock degli ultimi vent’anni. Orchestrazione del nichilismo, messa in musica della vera white trash generation. Evoluzione delle tematiche industrial fatte rubando distorsori e drum machine ai seminali Ministry, ma virandoli verso un’attenzione alla scrittura e alla melodia (ebbene sì, la melodia) che arriva direttamente da Bowie, e dagli anni ’80 targati New Order e Depeche Mode, epperò brutalizzati, stuprati dentro mixaggi esasperati, saturazioni lancinanti e devastazioni sonore assortite in collaborazione con testi fulminanti e a dir poco iconoclasti. La spirale scende, inesorabilmente rivolta verso il basso.
Ideale sarebbe ascoltare questa musica facendo scorrere le immagini di Gummo, geniale film indipendente di Harmony Korine di quella stessa epoca, e successivamente di Doom Generation, di Gregg Araki e altrettanto calzante per ritrarre davvero un’epoca e una generazione attraverso il loro vuoto rumorosissimo. O in alternativa spararlo a volume sanguinante attraverso le cuffiette del cd portatile (ok, l’i-pod, se siete sooo cool!) come fa l’Iguana, il serial killer protagonista del romanzo di Lucarelli “Almost Blue”, o far alzare bandiera bianca al vostro impianto della macchina.
Attraverso i due eteronimi, mr Self Destruct e il Maiale che compare spesso tra i titoli e i testi del disco, Reznor ritrae e descrive, algido eppure gridando tanto che non si può non esserne turbati, paranoie da tossico (“Mr Self Destruct”), autoesaltazione, depressione, visioni apocalittiche (“Heresy”), non lesinando spietata lucidità (“March Of The Pigs”) e un erotismo talmente esplicito e allucinato da fare il giro e risultare a suo modo romantico (“Closer”, con quel groove che arriva dritto da anni di ascolto dei New Order), oltre che tracciando ritratti senza appello di figure meschine eppure così vicine alla quotidianità (l’esibizionista sessual-armaiolo di “Big Man With A Gun”).
Il tutto supportato da un estro musicale coltissimo, che azzera e centrifuga riferimenti e influenze (tutte molto visibili e assolutamente non negate, e che si rifanno grosso modo ai nomi citati più su) in una visione completamente inedita e sfacciata, crudele nella sua esuberante modernità.
E che si concede pause di fredda dolcezza, ammiccanti addirittura quasi a ambientazioni alla This Mortal Coil (“A Warm Place”), prima di sferrare il colpo di grazia conclusivo: quella “Hurt” che è perfetta epitome di una decade: melodia struggente e azzeccatissima, ma distorta e rovinata facendo suonare stonata tutta la base musicale, mentre il sussurro malato di Trent si avvinghia alle zone più buie, dipingendo il più efficace esempio di autolesionismo musicale degli ultimi anni.
E non è un caso poi che un altro grande spirito quale Johnny Cash riprenderà, negli ultimi anni della sua vita, questa splendida canzone per farne una sua versione e restituire al mondo la bellezza cristallina della melodia vocale.
The Downward Spiral è un disco fondamentale. La zona oscura, ma più a nudo e propositiva, dei 90’s. Musica progressista proprio nel suo essere nichilista e (auto)distruttiva, laddove tutto il mondo guardava a Seattle e alla sua (musicalmente, si intende) conservatrice rivoluzione.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-04-16

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