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KLAXONS

Da Atlantide all'Interzona

Klaxons, Myths Of The Near Future. Polydor 2007    

Supporti > Esempio ennesimo di una tendenza che non si riesce a capire quanto ormai sia spontanea e quanto no (ovvero: band che nasce dal nulla, fa proseliti su myspace e indieblog vari e poi arriva addirittura a fare uscire il primo disco su major: do you remember Arctic Monkeys?) và detto almeno che nel caso dei Klaxons pare esserci un po’ di arrosto, e non solo del gran fumo.
Già, perché al di là della autoconiata (e paracula anzichennò) etichetta di new rave per definire la loro musica, che peraltro vuol dire tutto e niente, come ogni etichetta, e al di là della sensazione di next big thing pompata per conto terzi e che non riesce a scrollarsi di dosso dalla band, questi Klaxons dimostrano di non voler (solo) salire su un treno in corsa, ma di aver quantomeno ben assimilato tutte quelle caratteristiche che servono per scrivere un buon disco di musica da ballare e da usare per divertirsi: melodie appiccicose (l’iniziale Two Receivers, che ricorda abbastanza da vicino un vecchio successo dei Texas), schizzi di follia consapevole (Atlantis To Interzone, isterico apparente copiaincolla di due canzoni differenti) e il singolo perfetto (Golden Skans, con coretti in falsetto di prammatica e una linea vocale vagamente malinconica ma ancora una volta efficacissima): il tutto raccontato in rigoroso ordine cronologico. Già così potrebbe guadagnarsi la sufficienza piena, il disco, ma vale la pena ricordare ancora qualche momento: se Totem On The Timeline centrifuga in tre minuti e mezzo Bloc Party e Franz Ferdinand suonati da gente appena fattasi di speed, Isle Of Her se la viaggia tra percussionismi sparsi e coretti vagamente alla Liars, mentre l’altro singolone Gravity’s Rainbow riprende il discorso di Golden Skans, forse appena meno in maniera convincente. E poi la chicca malata di Magick testosteronica ma al contempo insidiosa, con quel basso sintetico e complice di una chitarra isterica.
Non che tutto sia perfetto, intendiamoci, in questo disco: troppo di tutto, a volte (As Above, So Below), e raccontato con eccessiva voglia di dire (la stessa Forgotten Works, peraltro comunque piuttosto gradevole), avendo anche non perfettamente focalizzato in quale direzione puntare lo sguardo (It’s Not Over Yet, che parte quasi triste e poi torna su strade più consone alla band nel ritornello), però tutti questi sembrano più peccati di gioventù, quasi inevitabili e per certi versi raccomandabili, più che mancanza di personalità vera e propria, ché anzi quella non pare mancare, ascoltando i singoli citati più su e la bizzarra conclusione di Four Horsemen Of 2012, ovvero i Wire che giocano a coverizzare i Rapture.
Però questo portare avanti le intuizioni dei White Rose Movement (più radicati negli anni ’80 dei Klaxons), mischiando danceteria e annotazioni new wave, ma con una sensibilità dancerock anche molto basata sui ’90 inglesi alla fine non lascia indifferenti, e segna senza dubbio un punto a loro favore, anche se ascoltare tutto il disco dall’inizio alla fine lascia come una sensazione di troppo “chiasso”, a volte. Che però era forse ciò che i Klaxons, in fondo, volevano.
Per cui: promossi.

Link: www.klaxons.com


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-04-23


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