BLOOMRIOT > Visto > FLUORESSENZA SOTTO I NEON

FLUORESSENZA SOTTO I NEON

Viaggio intorno ai quadri di Andy

Andy, .    

Arte > Sarebbe bello vedersi Andy annaffiare le piante d’ingresso allo Spazio Fitzcarraldo, oppure dar da mangiare ai pesci d’acquario da parete prima del bar d’alta presenza (ma anche no) dello stesso. Non poi così improbabile.
L’inaugurazione sotto i neon è ormai andata, il 30 marzo, ma sotto i neon si resta(fino al 20 maggio), insieme alle immagini.
Immagini che diventano immagini di bava acrilica e che si prendono il tutto di ciò che è proprio dell’immagine, il colore, in macchie che la vanno a costruire, formare, l’immagine. Perché il punto sta nell’immagine, quella che era per Warhol, ed è di nuovo per Andy, di un’epoca. Che sia poi quella dei ’50 o degli ’80 andanti vero i ‘10(del 2000, ovviamente) poco importa.
Se Andy (Warhol questa volta) avesse vissuto il pieno della sua carriera slittando di 10-20 anni in avanti avrebbe probabilmente “fotografato” Madonna e il suo neo, e magari andando oltre la serigrafia usando, perché no, acrilici fluo.
E all’opposto, se gli stessi 10-20 anni fossero stati per Andy (il signor Fumagalli) un viaggio in dietro, avrebbe probabilmente avuto tra le mani l’immagine_feticcio della Marilyn, prima della morte di lei. (un bene o un male?)
E ora si tratta dell’immagine di Nina dal volto accartocciato e sempre bellissimo, l’immagine_fototessera di Harlok. Hallo Spank_uh, l’adoravo!. E poi Pollon_sese, talco…, con poster di Morrison alla parete che poi forse non è una parete o che tale non s’impone d’essere. Bowie androgino. I Kraftwerk nella miglior posa. Il pallido Nomi su sfondo fucsia. Amanti, missioni, direzioni. Seduzioni che si fanno influenze d’amore.
Foto e stampe altrui di immagini, icone che si rifanno immagini_feticcio da (ri)avere in mano, come proprie.
Il tutto in una sintesi che poi non sintetizza sguardi, smorfie, gesti, presenze.

Il tutto sotto lo stesso punto di vista il reset (spegnersi e riaccendersi),ovvero il concetto ideale, grado zero della creatività posto ad esplorare contesti diversi da contaminare. E da cui farsi contaminare.
Flu-on è il nome che contiene in sé fluorescenza, influenza e impulso.
La fluorescenza è il colore dei quadri, il desiderio è di essere influenzato dai percorsi creativi altrui, il tentativo è di accendere nuovi percorsi creativi, creare curiosità
.
Flu-on è il luogo dove Andy crea e lavora, ala di un ex-fabbrica tessile di Monza completamente rivisitata e ricontestualizzata.
La collaborazione è la base di Flu-on, l’altro influenza, amplia, completa.
La creazione, il momento poetico, lascia oggetti con i quali giocare. A Andy piace giocare ed il gioco è ovunque, nel buttarsi, nel mettersi alla prova, nel percorrere strade differenti, nel divertirsi.

In mostra
Dal 31 marzo al 20 maggio 2007
martedì-domenica 17.00-22.00
mattina su appuntamento

www.fluon.it
www.myspace.com/fluon
www.stragapedeperini.it


POSTIT

INTERVISTA A ANDY

Flu-on è all’interno di una fabbrica tessile dismessa, con i vari capannoni adattati a nuove destinazioni. E' nello stesso tempo abitazione privata, atelier in cui prepara le sue opere con l’assistenza del prezioso Faber, e studio di registrazione, nel quale Andy sta lavorando al suo esordio solista.
Ma Flu-on è anche la parola-cardine attorno alla quale ruotano le multiformi attività dell’artista monzese, e proprio a partire da questa parola, in connessione con l’altra parola-chiave che guida la sua ricerca personale e artistica (e cioè la parola reset), comincia, davanti a una tazza di infuso di ciliegio astutamente corretta con del rum, la nostra chiacchierata, che pur tenendo come punto di partenza i suoi quadri, finisce per toccare molti altri temi.


Con Flu-on intendo dire contemporaneamente due cose: c’è il concetto di fluorescenza, ovviamente, che si riferisce al modo in cui realizzo i miei quadri, ovvero facendo uso proprio di colori fluorescenti e di pennarelli Uni-Posca, ma anche, e soprattutto, il concetto di accensione di influenze, in cui “flu” sta per influenza, e “on” proprio a simboleggiare il tasto dell’accensione. E l’accensione delle influenze avviene sia in senso “passivo”, ovvero fare in modo che qualcosa sviluppi una sua influenza su di me così che io sia poi capace di utilizzarla nelle mie creazioni, sia in senso “attivo”, e cioè che ciò che creo possa, attraverso un processo di rigenerazione dei meccanismi, amplificare l’elasticità dei contesti, fornire, e generare, curiosità.

Ecco, proprio a proposito della parola “curiosità” voleva essere la mia prima domanda: credi che sia ancora possibile, oggi, suscitare nel pubblico un qualche tipo di curiosità?

Io credo di sì. Certamente non è una cosa che è facile fare, ma a seconda dei contesti in cui ci si trova a essere, è possibile indurre curiosità con il proprio lavoro. La chiave, ed è quello che io provo a fare, è quella di trovare, e trasmettere di conseguenza, una identificazione ben precisa in quello che proponi. Che poi può essere una cosa bella o brutta, ciò che proponi, questo è un altro discorso, ma questa identificazione che tu trovi, prima di porre un problema di gusto, trasmette una forte identità e personalità. Ovviamente non ne faccio una questione di originalità assoluta: questa identificazione può essere indotta anche ripercorrendo tappe già raggiunte e che vengono assimilate e fatte proprie: prendi il caso della musica, dei Franz Ferdinand ad esempio: si fa presto a dire che scimmiottano i Talking Heads o altri gruppi wave, ma ciò che fanno lo fanno con una loro idea ben precisa e che li identifica immediatamente. Io, dal canto mio, non faccio altro che “essere” le influenze che mi hanno segnato, Bowie, i Depeche Mode, Andy Warhol… Anche quasi la parodia, se vuoi.
Poi, creare curiosità, anche in se stessi, influenzare, è indubbiamente una cosa azzardata e molto ambita: ciò che serve è ficcarsi in contesti completamente opposti tra di loro e anche completamente opposti a quelli che sei solito frequentare. Questo si lega al concetto di “reset”, poi: lo spegnersi e riaccendersi, partendo da zero ed essendo pronto a ricevere e dare stimoli in contesti slegati tra loro. Ai tempi dei Bluvertigo potevamo indifferentemente suonare il venerdì sera al centro sociale Pedro di Padova e la sera dopo a una festa di Prada: ed è proprio in questa elasticizzazione dei contesti che avvenivano le cose interessanti, tanto a livello di ricezione della nostra musica, che per noi, come persone prima ancora che come artisti.

Ti chiedevo questa cosa perché, a volte, mi sembra di vivere in un contesto tutto sommato fortunato, in cui tu mi fai l’esempio dei Franz Ferdinand e capisco immediatamente cosa intendi, ma se invece esco da un mondo di più o meno “addetti ai lavori”, ho la sensazione (naturalmente non generalizzando) che sia molto più complesso far arrivare certe cose, per la presenza di un’ignoranza non “positiva”, proprio perché non corredata del germe della curiosità, o dell’interesse, per ciò che non si conosce. E questo a livello generale, non solo artistico…

Mah, sai, è in parte vero, quello che dici, nel senso che il contesto in cui io, te o chi si interessa di arte, musica, eccetera, è piuttosto autoreferenziale, però ad esempio se prendi il mondo giovanile è un’epoca alquanto strana. Se si prende la figura del ragazzo come emblema di qualcosa non si riesce a definire un contesto preciso. Molto ha a che fare ad esempio con la diversità delle droghe usate: negli anni ’90 c’erano droghe sintetiche come l’MDMA destinate a far ingegnare la creatività e la proposizione di sé in un modo creativo, e che comunque potesse lasciare un largo spazio al divertimento, vedi ad esempio scene come quella del Cocoricò a Riccione, in cui si faceva attivamente una forma di cultura di un certo tipo. Ora queste stesse droghe magari sono usate in misura maggiore, ma senza quel senso buono e quasi fricchettone che avevano allora, e senza quella funzione propositiva, di stimolo, così che il giovane è solo strafatto è basta. Però è anche vero che esistono, e lo vedo soprattutto alle mie serate da dj, diciottenni elegantissimi, vestiti come i Roxy Music ai tempi di “Avalon”, e che mi sorprendono sempre tantissimo per la loro curiosità e anche per le cose che già conoscono a livello musicale, ad esempio. E questi soddisfano la loro curiosità con quel mezzo fenomenale che è internet, in cui loro sguazzano agevolmente. Tornando alla tua domanda, io provo sempre a indurre la gente ad andare a vedere le mostre, quando parlo con qualcuno, a suscitare la curiosità, in tutti i modi, anche perché sono più che convinto che riesci a convogliare curiosità negli altri in maniera direttamente proporzionale alla curiosità che hai in te.

Il tuo accenno alla attività che svolgi come dj mi fa parare da un’altra parte: tu sei musicista, pittore e, appunto, dj. Una versatilità notevole: questo multitasking è per te una necessità, una scelta, o una quasi inevitabile forma per esprimere le varie sfaccettature da cui Andy è formato?

Beh, sicuramente una fusione di tutte e tre le cose. Io penso innanzitutto che essere così poliedrico sia una cosa che ravviva e accende la curiosità, con tutta l’importanza che questo ha e di cui abbiamo parlato prima: fare più cose porta più idee, porta a sviluppare più progetti e a ricevere e dare input diversi. Poi c’è indubbiamente una questione più pratica e concreta di sopravvivenza: con i soldi derivati dalla vendita dei miei quadri mi sono ad esempio pagato il disco, nonché mi posso permettere l’affitto di questo posto. E poi c’è tutto il discorso che un campo alimenta l’altro, sempre a proposito dell’idea di elasticizzare i contesti. Credo proprio che il multitasking sia qualcosa di cui non si debba fare a meno. C’è anche da considerare il fatto di come venga recepito, questo multitasking: in America è una cosa normalissima, mentre in Italia c’è un po’ di tendenza, specie da parte degli addetti ai lavori, a considerare con sufficienza chi fa più cose, con un pensiero del tipo “Sì, tu fai i quadri, ma sei un musicista, o un dj, insomma non si riesce a capire”. Quando invece è appunto una soluzione che ha solo aspetti positivi e che ti dà la possibilità di conoscere e mischiarsi in mondi diversi, evitando una cosa che secondo me oggi è piuttosto controproducente e che è quella di autoporsi su un altare, distanti dal mondo: oggi forse solo Bjork, o i Radiohead, o Albarn, possono adottare un atteggiamento di questo tipo e risultare credibili, non certo io o altri. Anzi, al contrario, mio interesse non è un impreziosimento del mio ruolo, ma piuttosto il divulgare, il suggerire, il provare, ancora una volta, ad accendere influenze.

E in un certo senso, esprimendo la tua arte in questi modi multiformi, dai vita a una sorta di versione postmoderna del mito dell’Opera d’Arte Totale.

Beh, questo è un complimento anche troppo grande, ma se ci vedi anche solo una minima percentuale in ciò che faccio, ti ringrazio tantissimo!

Prima di farti parlare più nello specifico dei tuoi quadri, volevo che mi dicessi la tua a proposito di alcune parole. La prima è “gioco”…

Il gioco è qualcosa di importantissimo, di fondamentale, direi. La mia ragazza mi dice sempre che io gioco, quando dipingo e quando creo, ed è secondo me un complimento bellissimo.

Inglesi e francesi non a caso usano il termine “giocare”, per definire il suonare o il recitare…

Esatto! Sai, viviamo in un mondo che considera abitualmente come un peccato, il continuare a giocare, man mano che si va incontro all’invecchiamento. E invece è sbagliatissimo, perché è ciò che mantiene la curiosità, il gioco, il mettersi in gioco, il buttarsi e dire qualcosa di sé. Ci sono contesti, ad esempio, in cui devi fingere un atteggiamento aziendale, per promuovere le tue creazioni: con galleristi, addetti ai lavori, eccetera, e devi essere un po’ l’azienda di te stesso: anche questo è un gioco, in fondo, l’essere impresa di se stessi, con tutto il contorno di rischio, più o meno elevato, che ti porti dietro, per proporre quello che hai creato. Da questo punto di vista è esemplare la figura di Marco Lodola, che per me è un generoso consigliere e una persona che stimo tantissimo. Lui intanto dal punto di vista artistico è decisamente curioso e pieno di cose da dire, e poi ha creato questo spazio meraviglioso che è Lodolandia, dove è possibile esprimere al meglio la propria vena artistica, e infine anche dal punto di vista dell’essere azienda di se stessi, è uno che la sa lunghissima e capisce perfettamente come trattare con galleristi e addetti ai lavori: anche a me ha dato più volte preziosi consigli in questo campo.
Tornando a quanto si diceva: uno degli aspetti più rivoluzionari della Pop Art fu quello di creare il concetto di “artista famoso IN VITA”, e non da morto, per la speculazione che critici, impresari o galleristi facevano a posteriori delle sue opere. E questo avveniva anche con la capacità di impresa, nel senso della capacità dell’artista di mettersi in gioco e proporre la sua identificazione, per tornare al discorso di prima, in contesti altri. A questo proposito, ho scoperto per caso di fare parte, per come sono le mie opere e il senso che ci sta dietro, inconsapevolmente di una corrente artistica che si chiama Low Brow e che è una specie di surrealismo pop, che viene divulgata da un grande gallerista americano che si chiama Jonathan LeVine. Ecco, loro hanno un atteggiamento nel contempo giocoso e di finzione di impresa, nella loro proposta, che è efficace, e che se riesci ad avere ti fa stare molti passi avanti.

…Che poi questo tipo di giocare è una cosa serissima! Ecco, a proposito della autoazienda, le altre due parole che ti volevo proporre erano “disciplina” e “improvvisazione”.

Allora, nel migliore dei casi possibili, dovrebbero essere vicendevolmente una la conseguenza dell’altra, nel senso che l’improvvisazione è un modo fenomenale di aprire le porte: mi sono divertito tantissimo, ad esempio, a fare un pezzo live con le Vibrazioni, qualche tempo fa, e per farlo abbiamo fatto una mezza prova il giorno prima ed è stato intenso come fare un intero concerto, per quanto riguarda me e il mio approccio. La disciplina, intesa come tecnica, è poi un escamotage miglioratore, che ti dà modo di suonare, dipingere, scrivere meglio. Ma la stessa disciplina, poi, avrebbe da essere migliorata dall’improvvisazione, in un processo reciproco di crescita.

E invece che mi dici della disciplina intesa come approccio mentale? Nick Cave si dà delle regole ferree e quasi impiegatizie per lavorare ai suoi progetti, lavorando otto ore al giorno…

Ah, in questo senso sono assolutamente d’accordo con lui: la disciplina su se stessi è fondamentale, e ci aggiungo, oltre a questo aspetto come dici tu impiegatizio, anche quello di ricerca meditativa, di introspezione, con una prospettiva quasi da filosofia orientale. Sono decisamente sulla sua stessa linea, da questo punto di vista!

Passiamo appunto nello specifico ai tuoi quadri: direi di partire dal raccontarci dal punto di vista pratico come nascono.

In sé il procedimento non è affatto complicato. Prima di tutto riporto le immagini per invenzione o proiezione, poi le ripartisco in un sistema di outline, quindi ogni parte è scomposta in isole cromatiche date dall’Uni-Posca, e poi stendo il colore con degli acrilici fluorescenti solubili in acqua. A questo punto ribordo l’immagine con l’Uni-Posca nero, per poi passare il tutto con una resina trasparente al nitro, che consente di proteggere l’opera senza rimuovere il colore ad acqua, renderla lucida e soprattutto evita la classica ditata che era il dramma degli anni: ti ritrovavi a quadro finito, stupendo e anche lavandoti le mani quattro volte, rimaneva LA DITATA.

Ci sono due caratteristiche costanti, nei tuoi quadri: una è che tu dipingi (anche) su oggetti di uso quotidiano, oltre che su tela, oggetti come possono essere portacenere, juke-box, videogiochi da bar, radio. E poi il fatto che tu hai dei soggetti che sono delle vere e proprie icone…

Senz’altro. Vedi, io lavoro non facendo altro che un composit di una realtà che è già esistente, realizzando un collage di immagini patchwork, su degli oggetti che vengono rivissuti attraverso il dar loro la fluorescenza. Il punto, poi, è scendere nel dettaglio, quando li osservi, quando osservi in senso assoluto: scendere in dettaglio per colori complementari, o nell’analisi delle luci, o davvero dei dettagli fisici: pensa ai nasi, ai particolari del viso di una persona. E questo svela forme e identità nascoste, un po’ come quando osservi qualcosa al microscopio e vedi forme nuove. Per quanto riguarda le icone, invece. Beh in questa fase lavora il mio hard-disk, il mio cervello. Che negli anni non ha fatto che incamerare immagini, che nemmeno magari ti ricordi di avere in memoria e che invece a un certo punto ti si aprono. A quel punto io non faccio altro che mettere in atto il rinverdire questo ricordo. E questo fatto, detto per inciso, genera curiosità. E i miei coetanei, ma anche quelli più grandi di me, che comprano i quadri trovano un modo per salvaguardare un feticcio di quei simboli comuni che abbiamo avuto nell’infanzia e nell’adolescenza, cosa che anch’essa, se vuoi, ha a che fare con il rimanere bambini che giocano a trattenere la fisicità di un ricordo, cioè appunto un feticcio. Pensa che i miei quadri più venduti sono quelli che hanno come soggetto Goldrake, mentre invece Grace Jones è diventata matta quando ha visto il mio Monoscopio.

Mentre invece qual è il quadro cui tu sei più affezionato?

E’ un quadro che per fortuna e purtroppo ho già venduto, si tratta di un ritratto della mia ragazza, preso da una foto strepitosa che le aveva fatto un fotografo bravissimo, che ti consiglio di andare a conoscere, e che si chiama Gian Piero Gasparini: sarà lui, tra l’altro, a fare la foto di copertina del mio disco, e aveva fatto questo scatto sensazionale che io poi ho usato per un mio quadro.

Mentre mi parlavi del tuo metodo di lavoro si percepiva l’importanza che dai all’atto fisico e artigianale, alla materialità dei tuoi quadri…

Senza dubbio! Credo che lo stendere il colore documenti l’artigianalità del mio lavoro, che è un aspetto a mio avviso fondamentale e cui non rinuncerei mai: tornando al discorso del feticcio: il mio quadro, un quadro in generale, dà una materialità all’oggetto che rappresenta, che una fotografia digitale, o l’arte virtuale realizzata con il pc, per quanto interessantissimi come fenomeni artistici, e capaci di ottenere risultati molto belli, non saranno mai in grado di restituire. Al contrario il quadro, come feticcio, è un documento fisico, oltre che dell’oggetto del ricordo, del processo creativo vero e proprio che ha portato a quell’opera. C’è il momento poetico dell’intuizione, e del ricordo, e poi il percorso, che ti permette, alla fine, di aggiungere una “saponetta” a tutto quanto.

Non posso rinunciare a chiederti qualcosa anche sulla tua attività di musicista…

Sto lavorando al mio disco, in effetti, è quasi pronto e stiamo pensando alla migliore modalità possibile per farlo uscire. Non ti do accenni alla tempistica o altro, però è un progetto cui sto lavorando con un duo di ragazzi che ha la passione per un certo tipo di elettronica alla Kraftwerk, e nel disco ci sarà tanto una parte di elettronica fatta in questo modo, quanto una più “suonata”.



Sono quasi le sette di sera quando Andy ci fa questa piccola rivelazione.
Tempo di congedarci, ormai, dopo quasi tre ore di chiacchiere, e uscire da Flu-on per tornare nel mondo reale, tra tramonti che quasi per omaggiare il momento si inscenano solenni, aneddoti sui Krisma, complimenti al look e sigarette comprate al bar all'angolo. Let the flu on!


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-05-09

Articoli Collegati:
- Marco Castoldi (Morgan), Da A Ad A - Recensione
- Morgan Live in concerto alle Scimmie di Milano Agosto 2007


Andy


Andy


Andy


Andy


Andy


Andy


Andy


Andy