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COLLEEN

...al di là del tempo

Colleen, Les Ondes Silencieuses. Leaf 2007    

Supporti > Everyone Alive Wants Answers, così s’intitolava il primo disco di Cecile Schott, in arte Colleen. Ogni essere vivente vuole risposte. E all’epoca (solo tre anni fa) la stessa Cecile forse di risposte ne cercava molte, il suo percorso musicale era appena cominciato e si affacciava al mondo con alcuni punti di riferimento che sono diventati nel tempo le linee guida del suo cammino: lo studio degli strumenti, soprattutto degli strumenti acustici della tradizione classica, in particolare fu attratta dalla viola da gamba, ma anche dalla chitarra, dal clarinetto, dal clavicembalo. Ha giocato con i loro suoni, ne ha esplorato le possibilità, la storia, i segreti, ed intanto fissava delle tappe che testimoniassero le sue scoperte.
Il primo disco era una prova per nulla acerba di ricerca sonora, in cui la musica prendeva forma grazie ad un equilibrato e divertito accostamento di tasselli preesistenti, ed al già pregevole gusto musicale si affiancavano le importanti intuizioni che la discostavano dal panorama circostante dell’elettronica minimale nel quale veniva spesso inserita.
Ed era solo l’inizio. L’urgenza creativa s’è fatta man mano più forte, e con essa l’esigenza di una crescita artistica anche in senso compositivo. The Golden Morning Breaks, il secondo album, segnava proprio questa transizione, e la crescente complessità dei brani proiettavano Colleen verso orizzonti sempre più vasti.
Alla luce di questa premessa Les Ondes Silencieuses, il nuovo disco, appare come il più coerente completamento di un percorso. Ma non basta. Già, perché sarebbe riduttivo limitarsi a constatare che l’artificio dei sample-loops lascia finalmente il passo a composizioni vere e proprie eseguite in prima persona. La sensibilità musicale ha infatti subito un’impennata esponenziale portando l’artista francese su un terreno che la pone a diretto confronto con le più rigide istanze della musica colta.
Si prenda per esempio la seconda traccia, Le Labyrinthe, eseguito per sola spinetta, e diviso in due parti che ripercorrono nella prima il minimalismo della scuola di Satie, e nella seconda sovrapposizioni quasi contrappuntistiche nello stile della fuga ma senza la sua rigida forma, più vicine forse alle reiterazioni di Riley.
Sono nomi certamente molto impegnativi, e l’intenzione non è assolutamente quella di fare paragoni, ma i punti di riferimento oggi sembrano proprio quelli.
L’essenzialità è la costante del disco, cosa che lo rende radicale, e dall’ascolto più insidioso di quel che possa sembrare.
Spesso Colleen, nella sua maniacale ricerca di purezza negli strumenti, del loro timbro naturale, nell’insistenza di risaltarne tutta la loro espressività (senza peraltro inseguire un perfezionismo tecnico che raffreddi il clima), li costringe a reggere in totale solitudine lo spazio di un brano, dilatando la percezione del tempo con delle lunghe pause di silenzio, ed ogni respiro diventa uno sguardo smarrito in un orizzonte indefinito. E’ la chiave di tutto il lavoro. L’artista si lascia guidare dallo strumento, senza forzarne mai la natura con virtuosismi di sorta.
A farla da padrona è senz’altro la viola da gamba presente in cinque dei nove brani dell’album, e sempre senza essere accompagnata da altri strumenti. Colleen è molto legata a questo strumento, dice di essersene innamorata dopo aver ascoltato il capolavoro di Jordi Savall Tous Le Matins Du Monde quand’era ragazzina, ed aver trovato lì le principali aspirazioni ed ispirazioni musicali. E finalmente soddisfa entrambe. Già qualche accenno era presente in Golden Morning Breaks, ma è qui che diventa la reale protagonista, caratterizzando i tempi, la profondità, le atmosfere e tutte le possibili evocazioni che possa suscitare.
Splendidi Les Ondes Silencieuses, brano che dà il titolo all’album, e Le Bateau, quello che lo conclude. Il primo è esattamente lo specchio del titolo che si è meritato, il secondo un curioso monologo a due voci, la stessa viola che prima abbozza una timida partenza arpeggiata, poi si fa coraggio e prende il largo, lì si scopre sola e senza vento, le lunghe note graffiate dall’archetto c’invitano a riprendere fiato per orientarci, e finalmente l’approdo festeggiato da un ritornello quasi più chitarristico.
In Blue Sands e Past The Long Black Land la partitura si fa più complessa con intrecci di più parti eseguite con tecniche differenti, dall’arpeggio, al fingerstyle, al classico uso dell’archetto, fino a polverosi accenni percussivi.
Arricchiscono l’opera due preziosi duetti fra chitarra e clarinetto, Sun Against My Eyes e Sea Of Tranquillity (questa già offerta qualche tempo fa in rete) con la chitarra a prodursi in figure essenziali e statiche ed il clarinetto a tessere una linea malinconicamente jazz, ed un intermezzo (Echoes And Coral), fragilissimo come i bicchieri di cristallo qui prestati alla causa.
In fondo è sempre lei, col suo malinconico spleen, col suo grande ed umile rispetto al servizio della musica, quella con la emme maiuscola, quella in cui emozioni ed ingegno trovano casa senza spintonarsi. Veramente difficile chiedere di più ad un’artista.

www.colleenplays.org


di: alberto carozzi

Articolo inserito il: 2007-05-23


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