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NINE INCH NAILS

Prendi posto, baby, arriva l’apocalisse.

Nine Inch Nails, Year Zero. Interscope 2007    

Supporti > Una strategia promozionale inedita e fuorviante (chiavette USB “dimenticate” nei luoghi dove i NIN si sono esibiti nell’ultimo anno, pezzi mandati a blog vari, frammenti di brani messi su myspace e quant’altro), basata su una sorta di invisibile invasività ha accompagnato l’uscita di Year Zero, nuova fatica del sulfureo Trent Reznor, a relativamente breve distanza dal precedente, e invero poco ispirato, With Teeth.
Occorreva una scossa, al progetto Nine Inch Nails, per ritrovare quella carica dirompente che mr. Reznor, il profeta dell’autodistruzione e del nichilismo, aveva istillato con capolavori come The Downward Spiral, e che sembrava essersi negli ultimi tempi un po’ annacquata. E la scossa, almeno parziale, è arrivata: questa volta i NIN propongono nientemeno che un apocalittico concept album su un futuro prossimo alquanto vicino e che assomiglia pericolosamente a una realtà alla Fahrenheit 451, vista attraverso gli occhi di un Orwell del XXI secolo, con testi che gettano spettri e ombre oscure, dal sapore di insinuanti criptodittature militari e grandi fratelli. Disco politico, lo si potrebbe definire, dal retrogusto di distopia, disgusto e caos incipiente, e politico proprio in quanto fotografia della constatazione di una decadenza. Nietzscheano, a tratti.
Se il fil rouge che guida tutto il disco è interessante e fascinoso, per quanto inquietante (ma ci si potrebbe aspettare forse qualcosa di rilassante, dai NIN?), dal punto di vista squisitamente musicale si può essere altrettanto confortati, rispetto al recente passato. Perché se è vero che le sonorità malate e acide, fatte di distorsioni lancinanti e improvvisi momenti di quiete e straziante dolcezza non possono essere più, a quindici anni e passa dagli esordi della band, una vera sorpresa, così come il constatare che i Nine Inch Nails abbiano un bel suono, d’altro canto si rimane sempre piacevolmente stupiti dalle scelte e dal gusto che Reznor ci mette, in fase di arrangiamento e composizione: se il primo singolo Survivalism ammicca, nella sua brutalità, addirittura ai tempi di Pretty Hate Machine, pare invece che, in altri episodi, sia a certi stilemi hip hop (soprattutto a livello percussivo), insieme all’altro amore conclamato di Trent per il white funk, che in questo caso si sia rivolta l’attenzione dei NIN: basti ascoltare le ritmiche spezzate di Vessel e di Capital G, che sconfinano spavalde nella tamarreria buona di God Given (forse il brano migliore del disco). Certo, qua e là una sensazione di già sentito affiora (mi riferisco a Me, I’m Not, che su una base quasi trip-hop innesta degli inserti di chitarra filtrata memori certo di analoghi espedienti presenti ad esempio in The Fragile, o anche a certe scelte di The Warning), ma l’impressione è quella che si ha quando si riceve una conferma, piuttosto che una delusione, quando si ritrova un posto amico dopo esserne stati lontani per un po’.
E quindi il giudizio su Year Zero non può che essere positivo: certo, Trent non è più (né probabilmente può più esserlo) quel malefico stregone che metteva a ferro e fuoco ogni cosa con un solo brano, e ti prendeva e scuoteva le budella costringendoti a risvegliarti, e, forse, a voler essere proprio pignoli, la sensazione è che scremando un po' sulla lunghezza dei brani il tutto ci avrebbe guadagnato (anche se la lunghezza non è mai noia, ma espressione funzionale al clima generale dell'opera). C’è, per forza di cose, forse, meno Potenza, nei suoi gesti e nelle sue musiche, ma si sente che questo disco i Nine Inch Nails avvertivano di doverlo fare.
E questo ritorno di urgenza espressiva è forse il segnale più positivo, e necessario, di cui gli amanti di mr. Self Destruct avevano bisogno.

link: http://www.nin.com


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-06-03

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