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THE NATIONAL

Svegli a metà, in questo falso impero

The National, Boxer. Beggars Banquet 2007    

Supporti > Rischia di essere una delle sorprese più gradite e inaspettate dell’anno, questo Boxer, disco che mi fa conoscere gli a me finora ignoti National. Obliqui e laterali come a suo tempo furono i Grant Lee Buffalo, che in un armamentario acustico e chiaramente influenzato da Neil Young iniettavano punte di Bowie e altre melodie sfuggenti e inafferrabili, allo stesso modo i National mettono in piedi un pugno di canzoni che non cela affatto l’amore per il post punk di Echo & Bunnymen e Joy Division (ma quasi più nella declinazione odierna di Interpol e Editors: si veda la splendida Mistaken For Strangers), ma non si limita a esserne sbiadita fotocopia, anzi riesce nell’impervia impresa di farne una miscela personale. Sarà, anche in questo caso, l’uso frequente di chitarre acustiche e il puntuale e gustoso accompagnamento di piano (ma ci sono anche fiati, nell’iniziale Fake Empire, o fisarmoniche e banjo, proprio come i Grant Lee Buffalo, in Start A War, che poi sale come facevano gli U2 di The Joshua Tree), o la scelta di non aver timore a confrontarsi con qualcosa che potrebbe essere definita la cara vecchia ballata acustica (Green Gloves, Start A War) e con una scrittura che è certamente classica e in certi frangenti addirittura folk (e qui fanno capolino, a livello di associazioni mentali, altri meravigliosi outsiders quali furono i 16 Horsepower), oppure ancora il tratto distintivo della voce di Matt Berninger, baritonale e scura come si conviene, ma che conserva qualcosa di indolente e sinuoso che la avvicina a Stuart Staples (Tindersticks), quando non addirittura a Sua Santità Leonard Cohen, e che ha la grande abilità di riuscire a fermarsi un passo prima di risultare troppo monocorde e omogenea. Così che il disco scivola via veloce e, pur non essendo certamente immediato, conquista e ammalia, grazie ai toni sottilmente malinconici e emozionali di Squalor Victoria, al drumming incombente di Guest Room, o alla dolcezza pastello di Slow Show (con quel finale spezzacuore, “You know I dreamed about you for 29 years, before I saw you”), senza dimenticare il pathos circospetto di Ada e il congedo a dir poco esemplare di Gospel.
Un disco coraggioso, insomma, e con forte personalità, che dimostra che, volendolo, si possono fare dischi che risentano della grande lezione della new wave ’80, senza fare semplicemente delle copie-carbone di qualcosa che già c’è stato.

Link: http://www.myspace.com/thenational


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-06-07


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