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EDITORS

Un'occasione persa

Editors, An End Has A Start. Kitchenware 2007    

Supporti > Magniloquente e pomposo. Queste le prime due coordinate che vengono alla mente per definire l’atteso secondo disco del quartetto inglese degli Editors. Premesso che The Back Room, l’esordio della band, mi era piaciuto non poco, e che sinceramente non condivido le accuse rivolte al gruppo di essere dei cloni degli Interpol, e quindi, per la proprietà transitiva, dei Joy Division (forse solo il timbro baritonale di Tom Smith, al limite, ma quanti ce ne sono così? E poi, semmai sono i primi U2, specie nei chitarrismi di Chris Urbanowicz, a poter essere tirati in ballo, mentre d’altronde l’agonico spleen dei newyorkesi è negli Editors rintuzzato da un tiro maggiore, e da una tensione adrenalinica più dinamica, nella scrittura), non nascondo che attendevo questa seconda prova con curiosità, ma anche con un certo timore. Sì, perché tutte queste band della nuova infornata, che guarda agli ’80 più scuri dà l’impressione di cercare la mimesi con un suono, e con un’atmosfera, più che prendere spunto dalla ricerca musicale e dal grido che lanciavano appunto i vari Joy Division, Echo & Bunnymen, Siouxsie & Banshees, Bauhaus, tanto che magari riescono a sfornare un bel disco d’esordio, ma poi non ne vengono più fuori, e continuano a ripetersi già dal secondo lavoro (vedi appunto gli Interpol).
E infatti le mie perplessità vengono confermate, da questo An End Has A Start. Perché la ricerca di un suono più grosso, di un’epicità più consapevole, che già si intravedeva nelle tracce del disco d’esordio, qui viene raggiunta sì bene, già nell’iniziale Smokers Ourside The Hospital Doors e nella title-track. Tanto che metti il cd nel lettore e ti sembra quasi di ascoltare l’ultimo disco dei Killers, quanto a epos. Ma, se nei Killers questo funziona, per un’attitudine più tamarra già in partenza, negli inglesi la cosa gira un po’ meno: intanto perché i ragazzi sembrano decisamente meno a loro agio dei colleghi di Las Vegas, risultando molto più efficaci quando tornano su scenari a loro più congeniali (i nervosismi di The Racing Rats, il brano migliore, e che si fregia anche di un bell’incipit pianistico, ma anche di Bones, l’episodio più affine alle atmosfere dell’opera prima, pur non serbandone la medesima freschezza), e poi perché, proprio a livello di scrittura (che ormai è il vero discrimine che esiste, nel valutare la consistenza di un brano, ché avere un suono buono è diventata una cosa più o meno facile e raggiungibile), ci sono un po’ di passaggi a vuoto, qui. A partire da The Weight Of The World, fino a When Anger Shows, non salvata dal bel ritornello, o alle orribili chitarre alla Oasis di Escape The Nest. Anche la carta della ballata (Put Your Head Towards The Air) risulta un po’ deboluccia, se confrontata ad analoghi tentativi alla Atmosphere dell’esordio, che almeno trovavano in quella somiglianza una cifra di riconoscibilità.
Insomma, quello che manca è proprio la chiave di volta che aveva fatto di The Back Room un ottimo esordio: quel nervosismo nei suoni, quella chitarra riverberosa e tagliente che era marchio di fabbrica e che qui trova valvola di sfogo solo qua e là in alcuni dei brani già citati, quella batteria metronomica e che batteva in cadenza dance e che qua sembra quasi soffocata e messa in castigo, dandogli spazio solo in alcuni brani a mo’ di contentino. E in generale, un lavoro di produzione vagamente omologante e tarato verso il basso, che ammorbidisce ciò che invece era bellamente esuberante nel primo disco.
Insomma, peccato.

Link: http://www.editorsofficial.com


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-06-17


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